domenica 17 settembre 2017

una domenica a

Una domenica a

lavare stendere stirare
aspirare lavare
svegliare figlio grande
riordinare nei cassetti
mangiare con figlio grande
lavare stendere
salutare figlio grande
stirare
guardare serie tv
una pesca
riordinare cucina
un te
(coi biscotti)
riordinare nei cassetti
guardare un'altra puntata.

Suonare.
Suonare suonare suonare.


sabato 2 settembre 2017

Stare

Mi dice: la notte prima delle due non dormo; le dico, io non riesco ad andare oltre mezzanotte, poi crollo, e la mattina devo stare su, non riesco a stare nel letto. Sei come tuo padre, mi dice; sei come Lele, le dico.
Chi fa la guardia contro i lupi, se tutti dormiamo? le dico. 
Giusto, mi dice. 

Silenzio.

Ci sono di nuovo i lupi, vicino a dove abitiamo noi, mi dice.
Per fortuna, le dico; stanno tornando, erano in via di estinzione.

E i cervi, mi dice lei. Che poi ti attraversano la strada e se li prendi sotto ti tocca anche pagarti i danni alla macchina, conosco diverse persone a cui è successo. Il papà li ha visti ma non ne ha mai preso sotto uno. Per fortuna.

Per fortuna, dico.

Silenzio.

Io faccio le parole crociate, lei fa un solitario, siamo una accanto all'altra. 

Fai spesso quelle robe lì? 
Sì. E tu i solitari?
Sì.

Silenzio. Una accanto all'altra.

Ricordo una volta, avrò avuto tre anni, ero a casa di mia zia, mi ero svegliata dal riposino e mia zia doveva badare a mia cugina, appena nata e a mia sorella, di due anni, e mi ha detto Stai seduta qui sulla poltrona, io arrivo. Io ricordo che sono stata seduta lì, ricordo che ho guardato a lungo la poltrona, color marroncino chiaro, ricordo il tessuto, velluto, ricordo la forma, era strana, senza braccioli, poi ho guardato la stanza, ricordo che mi incantava il movimento delle tende, bianche, mosse dal vento. Ricordo che mi guardavo le mani, i piedini  (che non uscivano dalla seduta della poltrona) e le scarpette blu, quelle con i buchi, i sandaletti di noi nati negli anni settanta. Ricordo il pavimento. Ricordo che non pensavo a niente, stavo, guardavo, ma non pensavo, non analizzavo, non mettevo ordine, non catalogavo, non cercavo analogie, non cercavo differenze, non cercavo di rendere quella cosa una conoscenza utile, non producevo nulla, non cercavo alcuna utilità. Ricordo spesso quel giorno con una sorta di nostalgia perché una pace così io non l'ho più provata e ogni tanto ci provo, a stare come stavo a tre anni. A stare e basta.

Poi dopo un po', non so quanto ma deve essere stato tanto tempo a giudicare dalla sorpresa, lei è entrata e ricordo che mi ha detto Ma sei ancora qui, tu? Certo che sono qui, e bene che sto.

Un po' più grande, ma non tanto, mentre me ne stavo per i fatti miei a giocare, a volte mi accadeva di accorgermi che stavo pensando, allora mi fermavo, bloccavo l'ultima cosa pensata e poi andavo indietro per recuperare la catena di pensieri spensierati che mi avevano condotto a quel pensiero là, quel pensiero che in quel momento mi ero accorta di pensare. Veniva fuori una catena lunghissima di pensieri in qualche modo collegati uno all'altro e scoprivo anche quanto fossero però sconnessi al discorso generale, nel senso che non c'era un discorso generale, c'era una catena di pensieri legati tra loro ma senza un argomento principale, e mi divertivo un sacco. Ridevo. Poi tiravo una specie di sintesi, avevo iniziato con, supponiamo, il colore del mattoncini lego che avevo in mano ed ero finita a pensare a quante erre ci fossero nei nomi della mia famiglia. Poi mi divertivo a capire cosa avesse legato cosa, come fossi passata da un pensiero, che a volte poteva anche essere un'immagine, ad un altro, a quanto la prima cosa e l'ultima  fossero totalmente lontane tra loro, eppure appartenevano alla stessa catena. La cosa interessante è che questa analisi era totalmente priva di giudizio, non mi chiedevo il senso o il motivo o il perché avessi pensato a questo o quello, semplicemente giocavo, mi incuriosiva moltissimo il funzionamento del mio cervello, osservare come fosse in grado di creare relazioni tra pensieri velocemente, e mi divertivo a cercare la logica del collegamento, ma non significati reconditi. Semplicemente osservavo qualcosa che succedeva dentro la mia testa, era un gioco disponibile, divertente e ogni volta unico.  

Ecco, vista da fuori devo aver dato spesso l'impressione di una che non faceva niente, invece mi accorgo ora di quanto quei giochi e quegli esercizi spontanei siano genitori di alcune capacità analitiche e creative che mi ritrovo anche oggi, da adulta, e di quanto mi siano stati spesso utili in passato.

Vorrei ringraziare chi mi ha lasciato stare lì.




giovedì 24 agosto 2017

come un temporale estivo 2




E' passato molto tempo dall'ultimo libro per bambini che ho pubblicato, sono passati sei anni. Sei anni sono molto tempo. C'era una storia che voleva nascere, mi girava in testa ma non riuscivo a partorirla. Tentativi vani, tavole buttate. Poi ho smesso di cercarla e un giorno, così come succede, è arrivata tutta intera, tutta in una volta, e mi è uscita dalle mani. Mi sono messa a disegnarla e le tavole (lo ha deciso la storia) hanno una forma particolare, sono lunghe e strette. 
Così come succede, nel giro di una settimana ho completato il libo.

Poi sono passati altri due anni di vita e vicissitudini varie e il libro ha aspettato ancora. 

La cosa pazzesca è che il personaggio è sempre lo stesso ma ora ci sono gli amici, c'è un animale in più e io ho bisogno degli occhiali. 

Si parte.

(nella foto la copertina e tavola n°zero)


venerdì 11 agosto 2017

cose che succedono ai vivi


Questa è la stoffa per le mie nuove tende. E' bellissima, è tanta, diventeranno 4 pannelli. Ci ho messo una settimana di giri tra mercato, negozi di tende e negozi di stoffe, per sceglierla.
Che bella foto, eh? Che poesia.


Invece no. NO. Non fatevi ingannare dalle immagini, dietro si è consumato uno scempio. E' venuta mia mamma a cucirla (grande ed esperta sarta) e io le ho fatto da manovalanza. 
Ma. 

MA. MA MA MA MA MA.

[Questa è una storia triste. Se sei un/una sarto/a non leggere perché la cosa ti farà male (avvisato/a)].

Mentre mia mamma cuce il primo pannello io mi sento inutile e voglio dare una mano. Mamma taglio gli altri pannelli, ho visto come hai fatto, bisogna tirare il filo e poi seguire la riga per tagliare, ce la posso fare.

Errore. Grave errore.

L'inesperienza, la voglia di contribuire, la distrazione, la presunzione. Ho sbagliato a tagliare la stoffa, una bellissima stoffa. Ho rovinato tutto. Ho tagliato per il lungo anziché per il largo.
Quando mia mamma è andata a prendere quello che sarebbe dovuto essere il secondo pannello si è accorta dell'errore.

L'urlo di Munch di entrambe. Due persone che si guardano con quell'espressione lì, con il silenzio dei brutti momenti, con una sola domanda che pende sopra le loro teste: e adesso?

Ma è troppo tardi, lo scempio è compiuto. 

Dopo qualche minuto di silenzio da shock, ci confidiamo: io tremo da adrenalina, mia mamma invece, dice, un pugno nello stomaco.

Guardiamola stoffa e a quel punto bisogna capire se è possibile rimediare in qualche modo, fare due pannelli più stretti e per il lungo, poi comprare solo la stoffa di un pannello. Ne viene fuori anche un tendino per il bagno.
Grazie a sangue freddo e all'esperienza di una sarta navigata, iniziamo a rimediare, non senza uno stato di shock nel cuore.

E mentre mia mamma ritagliava e ricuciva, io ho pensato a molte cose:

sarà successo a qualche sarta inesperta mentre lavorava, sarà successo anche con stoffe costosissime, e pensa che cosa possono aver vissuto loro; 
non è una tragedia, le tragedie sono altre, troveremo un rimedio; 
mamma ti prego raccontami storie simili, dimmi che non sono un mostro; 
non si torna indietro (questo è, tra tutti, il pensiero peggiore);
sono cose che succedono ai vivi;
ma come cavolo può essere successo?
non si torna indietro, non posso riavvolgere il nastro del tempo (l'ho già pensato, ogni due pensieri c'è questo);
siamo solo formiche che brulicano nel mare dell'universo, cosa vuoi che conti una stoffa tagliata male (questo me lo dico per ogni cazzata che faccio e non serve  assolutamente a niente perché tanto poi ricado nella contingenza dell'errore, ma lo faccio lo stesso);
non si piange sul latte versato, ACCETTA E VAI AVANTI, SII FORTE CAZZO.

Sbagliare. Sono una maestra e insegno ai miei bambini che l'errore serve, che grazie all'errore impariamo, che dall'errore possono venire fuori nuove possibilità, che può essere un'opportunità, che certi artisti hanno avuto intuizioni enormi proprio sbagliando.

Ma il dolore resta. 
Porca miseria, non sono così forte come credevo (dagli shock si scoprono molte cose di se stessi), non posso soffrire così per una sciocchezza, ma che è? Eppure dentro mi ha fatto male distruggere quei metri di stoffa e faccio fatica a perdonarmi.

Oggi sono andata a comprare il pezzo del pannello mancante e mentre andavo verso il negozio ho anche pensato di inventare delle scuse (la gatta si è mangiata il centro della stoffa, ho deciso che faccio anche le tende della cucina...), perché non pensavo di riuscire a confessare lo scempio.
Ma quando sono arrivata e ho chiesto il metro e settanta che mi serviva non ce l'ho fatta e ho confessato tutto. Mi hanno consolata, mi hanno spiegato che capita, che ci sono dei trucchi, che tagliare è un'operazione delicata e si deve sempre controllare molte volte ma che non è nulla di grave, spallucce, un sorriso e tutto passa.

Oggi sto meglio, ma se avete storie simili raccontatemele. 
Ecco a cosa servono le storie, a consolare quelle come me.




mercoledì 9 agosto 2017

non ce la posso fare

Quindi ricapitoliamo: sono una pessima padrona di gatta, sono una ancor peggiore infermiera, la gatta è scappata dopo i primi due trattamenti e non siamo riusciti a farne altri. Offesa come sa offendersi un gatto. Quando ha avuto fame è tornata ma ci ha trovati preoccupati e traumatizzati Guai a chi la tocca lasciamola stare altrimenti non si farà vedere mai più.

È tornata, ha mangiato, ha dormito, è risparita, è ritornata con la congiuntivite. È risparita.

La veterinaria è in ferie e c'è una sostituta solo il pomeriggio.

Ci sono 38 gradi con umidità grado stronza al massimo.

Non so se sono lacrime o sudore dagli occhi, ma più lacrime, secondo me.


lunedì 7 agosto 2017

Poi, tutt'a un tratto, come un temporale estivo




Rimini, in terrazza con Ivana.


Coming soon, stay tuned.
(che poi oggi ci fosse la luna piena è una simpatica coincidenza).

sabato 5 agosto 2017

non potrei mai fare l'infermiera

Nel lontano 2015 la mia gatta ha dovuto fare l'aerosol perché aveva i polmoni come due prugne secche. "Ma la vuoi uccidere?" fu il commento del veterinario che le fece i raggi, solo perché avevo aspettato 3 mesi 3 dalla comparsa di quella tosse strana (cattiva padrona, cattiva padrona) prima di portarla a visitare. Era caldo come adesso e tornando a casa dopo la visita dal veterinario ho seriamente pensato che morisse, mi guardava con una faccia terrorizzata, ansimava con la bocca aperta, quel pezzo della via Emilia, in auto, a 70 gradi all'una di pomeriggio, mi è sembrato infinito. Cantavo per rassicurarla, però cantavo piangendo anche io. O forse erano le gocce di sudore dagli occhi. 
Ma la gatta è ancora tra noi e quell'estate l'abbiam passata a fare l'aerosol e a darle l'antibiotico (leggi: conficcarle la pasticca in gola). 
La cosa fantastica è che per i veterinari è tutto facilissimo. Poi torni a casa.

Come si fa l'aerosol ad una gatta? La si infila nel cesto (ho usato un cesto grande da cane, non sono una torturatrice), si copre il cesto con un asciugamano in modo che la medicina non esca (dentro al cesto si crea una temperatura di sei milioni di gradi), la gatta si deve respirare la medicina finché finisce tutto TUTTO il liquido nell'ampolla e si sta lì, con la gatta, rassicurandola mentre lei piange e ti guarda con quegli occhi indescrivibili e molto eloquenti. Una volta credo di aver sentito nettamente uscire da quello sguardo una frase tipo Quando esco di qua comincia a correre. 
Ho cantato anche in quell'occasione, per me, non per lei, per consolarmi, e anche lì le lacrime (o sudore dagli occhi), con i figli che dicevano: mamma, capiamo il vostro dolore, la vostra fatica, ma cantare no, per favore no.

E' stata durissima. Ogni volta che la chiamavo lei sapeva che era per quello ed era una gara dura riuscire a prenderla.

Per fortuna, nonostante sia asmatica cronica, non abbiamo più avuto emergenze da aerosol.

Quest'anno si è presa l'otite. Appena ho notato come si grattava insistentemente l'orecchio destro e che scrollava la testa come un cane ho pensato di portarla a far vedere. Un  secondo "ma sei matta la vuoi uccidere?" non lo avrei emotivamente retto. 

 Non vi dico cos'è metterle le gocce nelle orecchie.



giovedì 3 agosto 2017

dichiarazioni storiche


Voglio tornare là.



"Andare contro le onde è come con la mamma: perdi". 
Nicolò, Grecia, luglio 2017.
(E' quello di cui si vedono solo le gambe)



mercoledì 2 agosto 2017

Loro non lo sanno

Passeggio la mattina presto, c'è la bassa marea, poche persone, per lo più mamme con i passeggini e signore con il sedere in su a cercare telline o canocchie. Penso che la riviera abbia il suo fascino e, anche se mi manca molto e l'acqua qui non è così cristallina, non soffro troppo il ritorno dalla Grecia. Sono ancora piena di immagini, profumi, storia, visi, sapori di quella terra stupenda ma tant'è, le ferie finiscono.

Poi, camminando, vengo attratta da alcuni disegni sulla sabbia, lì dove ancora non è arrivata la marea, e in un primo momento penso a resti di disegni del giorno prima ad opera di qualche turista. Poi però mi accorgo che no, non sono disegni intenzionali, scopro che si estendono per vari metri, capisco che sono il segno del passaggio delle lumachine che, in quel punto e solo in quel punto, hanno creato qualcosa di unico. 

L'area disegnata è abbastanza estesa e non sono riuscita a fotografare tutto, o meglio, le altre foto non rendono, ma era da incantarsi, disegni elaborati arricchiti in alcuni punti dall'impronta dei gabbiani.

Loro non lo sanno, ma mi hanno offerto un quadro unico.


(metto solo questo piccolo particolare in cui vedo un racconto, forse lo leggete anche a voi)

mercoledì 5 luglio 2017

la siesta pomeridiana sembra di no ma è pericolosa

Devo essere davvero stanca, molto stanca, sono i primi giorni di ferie e si vede che la stanchezza di un anno mi sta cadendo addosso tutta insieme, tutta in una volta, come essere sotto a una cascata di stanchezza, insomma succede che come mi appoggio dormo. Solo che succedono cose strane, mentre dormo dove mi appoggio, per esempio prima che mi sono stesa sulla branda in terrazza a leggere e dopo poche pagine del libro che sto leggendo che si chiama Senti le rane, di Paolo Colagrande nottetempo edizioni Roma, ecco, che mi stavano anche piacendo, mi sono addormentata tantissimo, quell'addormentarsi tanto da avere freddo e infatti mi son fatta portare una coperta da mio figlio piccolo e ricordo che oggi è il 5 luglio. Poi dopo succede questo, è qui che voglio arrivare, che mentre dormo sento il terremoto, non è la prima volta che mi capita, anche quando mi addormento nel letto, sento il terremoto, e siccome nessuno si scompone, devo supporre che il terremoto lo sento dentro al corpo, non so spiegare meglio di così. Dormendo, sulla branda, mi è successo che ad un certo punto ho sentito proprio il terremoto e pensando che non era il terremoto ho anche sgridato (ma nella mente, perché son quelle situazioni che parli pensando di parlare ma invece non esce la voce) ho anche sgridato mio figlio grande che ero convinta che mi stesse muovendo la branda uno due tre volte. Poi mio figlio piccolo mi sembra che mi ha detto Ciao mamma io vado e mi ha dato un bacio sulla guancia ma io non ho avuto la forza di fare niente, neanche di guardarlo, niente. Poi ho sognato che volevo aprire gli occhi ma non ce la facevo per il sonno, e poi ho sognato un mio vecchio amico, era con me nella branda, non abita nemmeno qua vicino e non lo vedo da credo dieci anni, gli voglio un gran bene, che abbiamo fatto i ragazzini insieme, negli anni ottanta o giù di lì, gli ho detto sorpresa e felice Ma ciao ma te qua! ma che gioia come stai? e intanto però non riuscivo ad aprire gli occhi e allora gli chiedevo Posso toccarti la faccia per capire se sei proprio tu? e lui Sì certo. Ed era proprio lui.

Ho dormito credo tre ore (dormito si fa per dire perché son quelle sieste pomeridiane faticosissime a pensare a tutto quello che è successo, terremoto compreso).

Non so, forse ho qualcosa che non va al cuore, boh.

Poi sento anche i fischi nelle orecchie. 

Sto 'na gioia.