martedì 14 febbraio 2012

Esse dentro a' dilicati petti

"Esse dentro a' dilicati petti, temendo e vergognando, tengono l'amorose fiamme nascoste, le quali quanto più di forza abbian che le palesi coloro il sanno che l'hanno provate: e oltre a ciò, ristrette da' voleri, da' piaceri, da' comandamenti de' padri, delle madri, de' fratelli e de' mariti, il più del tempo nel piccolo circuito delle loro camere racchiuse dimorano e quasi oziose sedendosi, volendo e non volendo in una medesima ora, seco rivolgendo diversi pensieri, li quali non è possibile che sieno allegri. E se per quegli alcuna malinconia, mossa da focoso disio, sopraviene nelle loro menti, in quelle conviene che con grave noia si dimori, se da nuovi ragionamenti non è rimossa: senza che elle son molto meno forti che gli uomini a sostenere; il che degli innamorati uomini non avviene, sì come noi possiamo apertamente vedere. Essi, alcuna malinconia o gravezza di pensieri gli affligge, hanno molti modi da alleggiare o da passar quello, per ciò che a loro, volendo essi, non manca l'andare a torno, udire e vedere molte cose, uccellare, cacciare , pescare, cavalcare, giuocare o mercatare: de' quali modi ciascuno ha forza di trattare, o in tutto o in parte, l'animo a sé e dal noioso pensiero rimuoverlo almeno per alcuno spazio di tempo, appresso il quale, con un modo o con un altro, o consolazion sopravviene o diventa noia minore."

Boccaccio, Decameron (proemio), 1351

sabato 11 febbraio 2012

la panna cotta

Era successo così: un giorno lei aveva portato a scuola la panna cotta e lui aveva molto gradito e, finito di pulire, s'erano messi a mangiarla. Lui la trovò squisita, la panna cotta più buona che avesse mai mangiato, e allora glielo disse, e lei aveva un sorriso, ma un sorriso, che lui era certo che era ancora più buono della panna cotta, a poterlo mangiare.
E così un giorno lui le chiese di rifarla, la panna cotta.
E lei la rifece, mangiarono insieme, lui si complimentò (più buona di quella dell'altra volta, disse), lei sorrise e il loro cuore si riempiva mano a mano che la panna cotta spariva dal piattino.

I giorni passavano e, come un rituale tra amici che si vogliono bene, le panne cotte arrivavano sulla tavola con regolarità. Lui ringraziava, lei sorrideva. Si guardavano ed erano felici.

Dopo un po' di tempo, forse mesi, forse anni, Alberto non ne poteva più di mangiare panna cotta. Solo che non aveva cuore di dirle di no, lei ci sarebbe rimasta male, pensava; si vedeva che lo faceva con tanto amore. E poi quel sorrriso, come poteva rinunciare? Come poteva rischiare di non vederlo più? E così, ogni volta, la mangiava, le faceva i complimenti e lei sorrideva. E lui era felice.

Alice non ne poteva più di fare la panna cotta. Solo che come faceva a non farla più? Lui tutte le volte la guardava con degli occhi che le facevano diventare il cuore più grande, si portava a casa quello sguardo e si sentiva meno sola; e poi lui ci sarebbe rimasto male, pensava, come l'avrebbe presa? magari pensava che lei non gli voleva bene più, che lei avesse delle stanchezze; invece no, assolutamente, lei lo adorava tanto, ad Alberto, davvero. E allora faceva la panna cotta, per lui, per lei, per loro.

Mangiarono tantissima panna cotta; e tutte le volte che lei la portava lui le faceva i complimenti e lei sorrideva e si volevano bene.

E insomma non si dissero mai quanto bene si volevano, ma per me se ne volevano tantissimo.

domenica 5 febbraio 2012

il distributore

Mi ricordo, correva l'anno 1994, era gennaio, io ero in Argentina e viaggiavo con un'amica e uno zaino piccolissimo, un invicta in cui c'era veramente lo stretto necessario per un viaggio che durò 40 giorni. Ero in Argentina e in quella tappa viaggiavamo in un pullman che ci avrebbe portato a sud. Un viaggio che durò dal tramonto all'alba.
Ricordo la strada dritta e il sole che tramontava a destra e la mattina dopo sorgeva a sinistra, e che nel frattempo era cambiata solo la posizione del corpo sulla poltrona del pullman.
Ma quella non fu l'unica cosa che mi affascinò.

Come è noto lì la bevanda è il mate e per berla (seguono descrizioni brutali, perdonatemi, o voi argentini) bisogna scaldare l'acqua e poi metterla dentro il mate (il contenitore) dove prima si era messa la yerba e poi, con una cannuccia fatta apposta, succhi il liquido che si forma, una specie di tè dal sapore forte. Ed è un'azione collettiva perché se siamo in sei, in sei beviamo tutti dallo stesso mate e dalla stessa cannuccia, e questo viene passato da mano a mano; ogni tanto si aggiunge acqua. Tutti bevono Mate dalla mattina alla sera, si portano in gita l'occorrente, non manca in nessuna pausa del giorno e ogni scusa è buona.

Mentre scendavamo giù al sud con il pullman, quella notte, avevo notato che l'autista aveva il suo mate (tiene svegli, un po' come il caffè, anzi di più).
Più scendavamo al sud e più era freddo, stavamo per andare a Calafate dove c'è il famoso ghiacciaio, il Perito Moreno, e anche se era estate, all'epoca, lì, faceva un freddo cane.
Ebbene, ad un certo punto il pulmann fa una pausa. Scendiamo a sgranchirci le gambe, saranno state le due di notte, e io mi accorgo che c'è un distributore dove la gente va con il termos per riempirlo di acqua. Grande! ho pensato, Che segno di civiltà. Ma ancora è niente: il distributore distribuiva acqua calda per farsi il mate. Acqua calda, capite?

Ricordo che questa cosa qui,dell'acqua calda, mi aveva affascinato moltissimo.
E così ieri, mentre studiavo alcune cose che riguardano il rapporto tra oralità e scrittura, narrazione e oralità terziaria, mi è tornato in mente quel distributore e poi mi è venuto da mettere le due cose in relazione.

E mi è nata un'idea: il distributore di storie.

Cosa sarebbe trovare alla fermata dell'autobus, o della metro, un distributore di storie gratuito? Ne abbiamo bisogno come dell'acqua calda per il mate, di storie, e allora c'è questo distributore in cui tu infili una chiavetta usb o il cavo del telefono supertecnologico e ti scarichi delle storie, che poi sono le storie di altri che, con la loro chiavetta usb o cavo o chennesò, hanno riempito il distributore. E infatti se vuoi puoi anche mettererci dentro le tue, di storie.

Il distributore gratuito di storie. Per me l'umanità progredirebbe un sacco.

(io, se esistesse, ogni tanto andrei ad abbracciarlo)



venerdì 3 febbraio 2012

ma come faceva mia nonna?


Dite ciao alla bambina che adesso arriva il matarello.

Poi ho iniziato a darci con mattarello.

Ma come diavolo faceva la mia nonna a ottant'anni a tirare la sfoglia? Ho il fiatone e sono a metà, ciao vado in farmacia a comprare il lasonil che tanto so già che domani avrò l'acido lattico anche nei muscoli delle caviglie, riempio la vasca e mi ci tuffo dentro, al lasonil. Ci vuole il fisico allenato, bisogna andare in palestra e fare le flessioni, per tirarela sfglia, venti al giorno, prescrizione medica. Sì, perché quando tiri la sfoglia muovi tutto il corpo, ondeggiano le anche, i piedi devono essere ben piantati per terra, colpi secchi e ritmati di reni e giù di braccia e di polsi.
Ma se le donne davano gli scapaccioni ai burdèl, con quelle braccia da sfoglia giornaliera, i voli da qui a lì ti facevano fare, le donnne della sfoglia (che poi i burdèl hanno quei gamberilli magri...pori burdelas). Io, se provo a dare uno scapaccione ai miei figli, mi dicono: mamma, mi hai chiamato?
Sarò io che non sono esperta ma vi dico, c'ho il fiatone.

Insomma, c'è la neve e allora non sono andata a scuola che è chiusa, e mi è venuta questa idea molto romantica di fare la sfoglia.
Adesso vado, è lì a metà che mi aspetta, mi son dovuta riposare per prendere fiato.

mercoledì 25 gennaio 2012

dialoghi improbabili ma veri

stamattina cellulare driin driin

Io: pronto
- Ciao Lia
- Ciao!
- Ciao, sono la Maria
- Sì... ciao, dimmi
- Ma, chi sono?
- Eh, se non lo sai te...
- Ma hai capito chi sono?
- Sei mia mamma
- Ahahhaha, sì, mi hai riconosciuta! ahahhahah

Ora.

Mia mamma ha diversi numeri di telefono cellulare e un diversamente abile uso dello stesso. Io ho smesso di memorizzare i suoi numeri nella rubrica perché non faccio in tempo a cambiarlo che lei lo cambia di nuovo, e allora tanto vale, la riconosco dalla voce e amen. Ed è sempre una sorpesa. Non so chi ha cominciato per prima*, di sicuro buon sangue non mente.
Chissà se riuscirò ad essere all'altezza con i miei figli.


* (aprile 2011)
"Comunque poco fa mi ha chiamato mia mamma al telefono fisso e io ho detto Pronto, e lei mi ha detto Sei a casa? Io le ho detto No, e infatti se ci pensi è molto strana questa cosa che io e te adesso stiamo parlando.
Mi piace molto scherzare la mia mamma.
Tempo fa mi divertivo a rispondere in modo stupido tipo Bronzo, Parto, Dimmi tutto, Chi sei? Cosa vuoi? Ne abbiamo ancora? Così, mi piaceva mandare in confusione mia mamma, infatti era quasi sempre lei.
Una volta mi ricordo che mi ha chiamata e io ho tirato su la cornetta e ho detto Eh. e lei mi ha detto Lia? e io le ho detto: Dipende. Sei tu, madre mia? E se sei tu, perché non mi riconosci più? Eh? io carne della tua carne, sangue del tuo sangue, basta una cornetta, una banale tecnologia telefonica, un filo dentro un muro, a sentirsi così lontani gli uni dagli altri? Ha aspettato che finissi il mio lungo monologo melodrammatico e poi ha parlato come se niente fosse."

mercoledì 18 gennaio 2012

forse era meglio

Fare studi antropologici con supponenza in discoteca solo perché sono solo una disintegrata sociale incapace di vivere la sua età, sempre spostata o troppo avanti o troppo indietro, e poi uno che sembra che ti riconosci dallo sguardo, lo vedi che è anche lui in disparte a fare gli stessi studi antropologici e che in verità io non ci volevo venire ma c'è sempre qualcuno che ti obbliga e che sa qual è il tuo bene, il tuo fottutissimo bene, son sempre gli altri a sapere qual è il tuo bene e te lo impongono, questo bene, e mentre te lo impongono tu pensi che idea hanno questi del bene, a te sembra l'inferno, e poi quando lui ti dice Io mi sento proprio un pesce fuor d'acqua, m'han portato i miei amici che non avevo neanche voglia, guardo questa gente ma io non sono come loro, io non ce la faccio.

e allora credi che il vostro sguardo è simile, forse c'è uno come me andiamo via e invece poi scopri che il suo sguardo è posizionato sulle tue tette e la sua mano sulla bottiglia di birra ed è tutta colpa degli studi di psicologia, sono quelli di sicuro, gli studi di psicologia, forse questo qui ha studiato, tu sei di sicuro uno che ha studiato e allora gli studi ti hanno indicato la strada per le mie mutande, ma cocco ti sei perso la noticina in fondo che diceva Prima di guardare le tette è bene cercare di continuare a fare finta di ascoltare.

e poi tornare a casa senza che nessuno le abbia neanche mai viste, quelle mutande, che poi è meglio così, tanto sono le mutante quattro euro del mercato e poi a chi vuoi che interessino le mie mutande meglio continuare a fare gli studi antropologici e le tette lasciarle appoggiate alla scrivania, che son pesanti e delle volte fa comodo appoggiarle mentre si studia col naso dentro, la testa dentro, gli occhi dentro, se li lascio troppo dentro finisce che mi metto gli occhiali ormai non ci vedo più una mazza.

Forse era meglio una birra in più una pagina in meno e la vita, tutta quella vita che ci sta nel mezzo.

ciao, mi chiamo Sonia, ho le tette grandissime, bevo le tisane quando andiamo al pub, sono noiosa e tra un po' metterò pure gli occhiali. C'è qualcuno in questo universo che mi assomiglia almeno un po'? Così, per sapere che non sono sola. Però continuiamo pure così, soli in due, che tanto se ti vedo e mi guardi le tette come prima cosa poi penso che non sei come me, io non ti guardo il pacco come prima cosa, se tu fossi come me, prima delle tette apriresti le orecchie, poi ti accorgeresti che sono noiosa e allora guarda, facciamo così, resta dove sei, chi ti ha chiesto niente.

sabato 14 gennaio 2012

No, ma tranquilla

- Mi dice: "allora, quando te ne vai?". E insomma, son dovuto uscire subito dalla stanza!

E non è tanto questa affermazione che m'ha fatto ridere moltissimo, di un babbo che viene cacciato dalla nipote e dal figlio seienni mentre giocano nella camera di quest'ultimo, quanto quella seguente, di mia sorella, a risposta del mio subitaneo sguardo preoccupato e interrogatorio:

- No, ma tranquilla: sono vestiti.

mercoledì 11 gennaio 2012

oibò

e insomma ridendo e scherzando siamo già all'undici, oibò.

avevo due ruote, dico due, non una, due, con dei chiodi conficcati dentro, m'ha detto: ma tutti te li prendi su i chiodi? Mi piacciono le ferramente, sarà quello, dico io
oibò

c'è mica nessuno più che ha le agende come le avevamo noi giovani degli anni ottanta che erano agende piene di pensieri di carte di ricordi materiali appiccicati anche contro la loro volontà? Oggi i ricordi sono tic tic tic sulla tastiera. Sai i ricordi che ci stanno, mica come le agende che dopo un po' non ci riuscivi nemmeno più a scrivere le cose per cui esistono le agende, tipo i compiti
oibò

"non farlo perché una mucca potrebbe morire per te". Ecco, io un cervello che pensa così, ad averlo vicino ogni giorno

Oibò

e poi l'anno nuovo e le voltate di pagine che si sente il vento.

OIBO`

sabato 31 dicembre 2011

Buon

Ecco, ci siamo.
Arriva la fine dell'anno, ci mettiamo tutti ad esprimere un desiderio e poi, magari, si realizza pure qualcosa.
E se quest'anno facessimo il contrario? Diamo qualcosa e chiediamo che in cambio ci sia lasciato il desiderio.
E poi viviamo tutto il 2012 in perenne stato di eccitazione e di bramosia fisica e mentale.

Vai, fatta, ci sto.

Buon 2012
Buon desiderio.

domenica 25 dicembre 2011

Pace giustizia e amore

Mi ricordo che quando ero piccola e gli adulti chiedevano a noi bambini cosa desiderassimo per Natale, la risposta più alla moda era dire, con le mani dietro al schiena, dondolando e con gli occhi da Bambi, "Vorrei la pace nel mondo". Al che gli adulti facevano ooooh, ti davano il buffetto sulla testa e tu eri buono e sapevi che sotto l'albero arrivava il robot di Mazinga Z con i pugni che schiacciavi un bottone sul polso e partiva la mano a pugno.

La pace nel mondo, sìsì, tutti i bambini rispondevano così. Forse ce lo ripetevano a scuola, che dovevamo volere la pace nel mondo, non so perché lo dicessimo sempre, fatto sta che era un grande classico e tutte le volte che sentivo un bambino che lo diceva (i migliori erano quelli intervistati per la strada), dentro di me pensavo: FALSO! Menti sapendo di mentire, manco sai cos'è la pace del mondo e in verità sappiamo tutti e due che tu vuoi Mazinga Z.

Oggi non mi capita di sentire bambini che vogliono la pace nel mondo, anzi: oggi se glielo chiedi hanno le idee chiare e ti recitano la lista dei giochi a memoria. La pace nel mondo non c'è manco alla fine della lista.

A scuola comunque abbiamo imparato diverse canzoni e poesie di Natale. Tra i vari pensieri a Natale troneggiano sempre pace, giustizia e amore.
Allora un giorno, finite le canzoni, nell'angolino delle chiacchiere m'è venuto da chiedere ai bambini se sapessero cosa vuol dire giustizia. Su amore e pace ho dato per certo che sappiano cosa siano, anche a tre anni.
Lancio la domandona sulla giustizia. Una bambina alza la mano "ioioioioioioioioiioloso"
Dimmi, dico io.

"Giustizia è quando hai finito di mangiare e butti gli avanzi nel bidone".
Non indaghiamo.
Qualcun altro vuole provare a dire cosa significa?
Si guardano l'un l'altro con due occhi come bega. Nessuno lo sa, ma uno dei temerari tenta il colpo: "La giustizia è Babbo Natale!"

Certo, generalmente a Natale lui c'entra sempre.

No, spiego, non è proprio così. Poi tento di instradarli: mettiamo che due di voi stiano litigando perché vogliono entrambi una macchinina e non riescano a mettersi d'accordo, cosa fanno? Prima litigano, poi se non riescono a fare pace da soli chiamano la maestra che dice cosa è giusto fare e fa giustizia (e bla bla bla).
Oppure lo fa la mamma, il papà, la nonna, un grande che sta con voi.
Avete capito?
Sìhìhìhìhì, dicono in coro.

Ma, dico io, tra due adulti? Chi fa giustizia? Mettiamo che due adulti litighino per la strada e non si mettano d'accordo, come fanno? Tutti e due sono convinti di avere ragione, come fanno se non riescono a mettersi d'accordo da soli?

Ci pensano, si guardano ma nessuno sa cosa dire.
Il solito temerario alza la mano e dice, sicuro di sé: "Io lo so! Se due adulti litigano per la strada e non si mettono d'accordo, viene Gesù".

Il mio, guardate, è un lavoro durissimo, perché lì non puoi ridere. Però sorridere sì, e infatti io sorrido molto.
Quindi viene Gesù in persona a mettere giustizia? Sì, certo, perché è Natale.
L'altro grande protagonista infatti è sempre Gesù, quindi a dire Gesù nelle risposte, a Natale, difficilmente sbagli.

E' iniziato un dialogo interessante tra di loro, uno ha detto che è impossibile perché Gesù è morto, l'altro ha detto che risorge nei momenti che serve, l'altro ancora ha detto che è nel nostro cuore, però non si è capito come veniva fuori dal cuore nel momento giusto a fare giustizia, forse suggerisce la risposta nelle orecchie di entrambi, oppure solo a chi lo ascolta, l'altro ce l'ha ma non lo ascolta.

Insomma, raccolte le idee, ho spiegato un po' che succede tra gli adulti e loro sono sembrati soddisfatti. Io in verità un po' meno, perché mentre spiegavo in modo semplice come vanno le cose tra gli adulti, mi sono accorta che purtroppo nella maggioranza dei casi, oggi, la giustizia è davvero come Babbo Natale, o come Gesù: o è una cosa astratta in cui smettiamo di credere dopo i dieci anni, oppure è morta anche se speriamo sempre che ci sia, nel mondo. Ma hanno circa quattro anni, a capire quanto è complessa la faccenda fanno in tempo.

Insomma, non è la prima volta che mi trovo a insegnare valori, comportamenti, idee che so già che saranno contraddette appena i bambini incontreranno il mondo adulto.
Però oggi è Natale e non voglio pensare triste.
Sapete cosa c'è: adesso davvero ci auguro pace, giustiza e amore. Ma la giustizia prima di tutto (detto niente), ché senza giustizia ho idea che non ci sarà mai né pace, né tanto meno amore.
Auguri a tutti.