martedì 10 luglio 2018

Progetti

Ho un sacco di progetti, cioè tre. Uno sarebbe di continuare a disegnare fumetti, l'altro di finire un libro che ho in cantiere, l'altro non lo posso dire. 
E quando ho tanti progetti son proprio contenta, ci sono un sacco di cose da fare, andare, vedere, pensare, ricercare, tentare, sbagliare, ritentare, per non parlare della sensazione esaltante di aver qualcosa di importante da realizzare, e poi sapere che ci sarà quel momento stupendo, quando senti la soddisfazione dell'aver realizzato! posso solo scegliere. 

Vado a leggere al mare, ciao.

domenica 8 luglio 2018

è così

Ieri mattina sono andata in centro in bicicletta. Avevo con me la macchina fotografica a tracolla, e quando me ne vado in giro per la mia città con una macchina fotografica a tracolla, mi sento un po' turista. In centro alcuni ragazzi di una associazione stavano raccogliendo fondi. Sono passata veloce e ho sentito una ragazza dire "...e la fotografa". Ero io, parlava di me. Mi sono girata e le ho sorriso. Chi ha una macchina fotografica non è più turista. I turisti, oggi, hanno il telefonino.

L'altra mattina mi hanno chiamata per un sondaggio. Anche l'altra settimana, e anche poco meno di un mese fa. Dico sempre sì, sarà per questo che mi chiamano spesso. In questa intervista ho scoperto cose di me incredibili. Chiamatemi ancora. 
Alla fine dell'intervista, la ragazza mi ha chiesto chi è il capofamiglia. Come prego? In che senso?, dico io. Il capofamiglia... nel senso... Segue un silenzio nel quale mi trovo a pensare "vediamo adesso come se la cava, dai avanti, dimmi in che senso". Nel senso di chi prende le decisioni in famiglia, mi dice lei.  Io e mio marito insieme, le dico io (pensando che in certe famiglie sono bambini di 3 anni a decidere). Grazie, arrivederci.
Ma chi li scrive i sondaggi?

Sto leggendo molto, una piacevole bulimia a cui non seguirà nessuna dieta. Ho comprato così tanti libri che non soffrirò di abbandono ogni volta che ne finirò uno. Mentre leggo, ad un certo punto mi viene da mettere un segno, una pieghetta in alto. Non sottolineo perché tanto, anche se sottolineassi, comunque non ritroverei la pagina. A vent'anni sì, la ritrovavo, trovavo i pezzi che avevano destato il mio interesse solo sfogliando il libro, quasi al primo colpo. Con certi libri letti allora posso ancora farlo. Adesso no, non credo che ne sarei capace. Insomma, faccio l'aletta. L'aletta. Chi mi ha insegnato a fare l'aletta? A farla così, un piccolo triangolino in alto? La faccio e immediatamente la detesto, la tolgo e l'accarezzo per fare in modo che scompaia, non mi piacciono i libri con le alette, penso. E ne ho una marea. Ma perché ho imparato a fare l'aletta? Perché ho fatto le alette? Non ricordo un momento in cui ho imparato, come se l'avessi sempre saputo.

L'ho sempre saputo. Tanti anni fa, avrò avuto otto, nove anni, prendo un bicchiere di vetro per mettere dentro del te caldo. Mia mamma dice di mettere un cucchiaino dentro il bicchiere, altrimenti, dice, si potrebbe spaccare il vetro. Mi stupisco, eseguo e poi la guardo. Stava lavando i piatti. Ricordo molto bene di essermi chiesta come facesse a saperlo. Gliel'ho chiesto e lei mi ha detto così, L'ho sempre saputo. 

Chissà quante cose assolutamente non scontate ho sempre saputo e mi porto dietro come ovvietà, e così penso, faccio, mi comporto e non cambio, anche se mi fa schifo. 





martedì 19 giugno 2018

l'uscita didattica

Siamo in uscita didattica con i bambini di quattro anni, per la verità qualcuno ne ha già cinque, dobbiamo essere precisi, sono differenze da fare ASSOLUTAMENTE. Però precisiamo che sono TUTTI grandi, ma non divaghiamo.

Siamo in uscita didattica al Parco Marecchia, che è splendido, e alla fine della nostra passeggiata arriviamo al Ponte di Tiberio, veramente di Augusto e Tiberio, meraviglioso ponte millenario.
Indicandolo dico:

- Bambini, sapete come si chiama quel ponte?
- Ceeeerto maestra! Quello è il ponte di Tiberio! Me lo ha detto il mio papà.

Mannaggia ai fichi romani, come diceva mia nonna, ma i bambini oggi sanno tutto! Ma a cosa servo io, maestra, ai bambini di oggi? Che frustrazione, oggi non servo, oggi non posso insegnare niente. Tristezza, mestizia.

Poi mi ridesto e penso: ma dai, è impossibile che sappiano chi era Tiberio.

Dico:

- Bambini, ma sapere chi era Tiberio?
- Ma te l'ho già detto, maestra, il ponte!

E un sorriso di soddisfazione si stampò sul mio volto di maestra ancora utile.
Allora ho preso fiato e mi sono messa a fare la mia bellissima lezione guardando e indicando il ponte con ammirazione e quando mi sono voltata non c'era più nessuno perché nel parco c'erano degli alberi caduti su cui arrampicarsi, dei sassi, degli insetti, delle foglie, dei rami così spettacolari che ciao Tiberio, ci vediamo alle elementari.



sabato 9 giugno 2018

tu chiamale, se vuoi

A scuola sono venuti due ragazzi dell'associazione RiAnima di Rimini, ci educano a comportamenti sicuri e ci insegnano cosa fare in caso di emergenza. E' un'esperienza molto bella, ma soprattutto utile.
Ad un certo punto ci insegnano che il numero da chiamare in caso di emergenza è l' "uno uno due".

Volete fare una prova? adesso chiamiamo l' uno uno due, vieni Chiara, dice Teresa. Gabriel farà il bimbo da soccorrere, stenditi a terra, facciamo finta che ti sei rotto un braccio. Gabriel si stende a terra, Danilo chiama e mette il telefono davanti a Chiara, sei anni, che deve parlare all'operatrice.  Noi ascoltiamo da una piccola cassa collegata al telefono. L'operatrice, Valeria, sa che stiamo chiamando da una scuola, che è una simulazione, ma è davvero operatrice dell' "uno uno due".
Pronto, si sente dal telefono. Chiara è emozionata e con la sua vocina timida risponde. Come ti chiami, dice Valeria. Chiara, dice Chiara. Perché mi hai chiamata? Cosa è successo?
Teresa suggerisce sottovoce, Chiara dice che un suo amico si è fatto male al braccio. 
Chiedigli come si chiama. Chiara esegue e Gabriel risponde. Valentina dice bene, possiamo dire che risponde, che è vigile. Chiedigli quanti anni ha, dice Valeria. Chiara esegue, Gabriel risponde. Chiedigli se quando è caduto ha sbattuto la testa. Chiara chiede e Gabriel dice di sì. Valeria dice Bene, brava Chiara, sei bravissima. Dove vi trovate? A scuola, dice Chiara. In che città? Santarcangelo, dice Chiara.
Molto bene Chiara, ora mandiamo un'ambulanza. Sei stata molto brava. 

Nel frattempo io mi sono messa a piangere. Sono dietro i bambini, osservo la scena in silenzio e piango. Non riesco a fermarmi, vorrei fermarmi perché mi vergogno un po', ma non ci riesco. Poi penso che quest'anno abbiamo lavorato tanto sulle emozioni, a riconoscerle, a dare un nome, a lasciarle scorrere. E quel lavoro viene utile anche a me, in quel momento. Mi dico che è commozione, sto pensando a quante volte, durante un'emergenza, i bambini fanno la differenza, e sentire la vocina di Chiara, così piccola e così brava, e la voce rassicurante di Valeria dall'altra parte del telefono, mi ha fatto crollare. Lascio che le lacrime scorrano.

Ad un certo punto Valeria dice Adesso avrei bisogno che tu mi passassi la maestra.
Alé, penso. Mi guardano, ma io non sono mica in grado. Mi sono commossa, scusate, dico. Per fortuna c'è la mia collega che va al telefono. Non so cosa si dicono, sono andata in bagno a prendere un po' di carta per asciugare gli occhi.

Danilo viene a chiedere se va tutto bene. Tutto bene, grazie, mi sono commossa, siete bravissimi.

Sono contenta. Grazie ragazzi.

lunedì 4 giugno 2018

le chiacchiere

(Ciao, sono tornata, è finito un periodo, diciamo così, un periodo che bisognava fare silenzio.)

Allora racconto questa cosa:
un pomeriggio, a scuola, siamo tornati dentro dal giardino, ci siamo messi nell'angolino (panchine in cerchio dove si fanno le chiacchiere, si raccontano le storie, si fa il calendario, si gioca) giusto il tempo di raccogliere le idee e poi tornare a giocare, fare, sbrigare, creare cose, inventare. 
I bambini erano sudati fradici, storditi dal caldo e dal gioco in giardino, con i capelli appiccicati alla testa, sporchi di polvere, di terra, di erba. Avevano tutto il giardino addosso, praticamente.
Allora io ho detto: Bambini, prima di tornare a giocare ci fermiamo un pochino, ci rinfreschiamo qui, cerchiamo di trovare un po' di benessere. 
Una bambina si è messa nella posizione del loto e ha chiuso gli occhi. 

Dico: ma voi sapete cos'è il benessere? 
Lo faccio spesso, mentre parlo, di chiedere se sanno il significato delle parole che uso. Scopro spesso che no, non lo sanno.

"E' fare i bravi", mi dice uno. 
No, dico io. Quello sarebbe il Bravessere!
Ridono. Rido con loro.

Pensate un attimo alla parola benessere, è formata da ben e essere, quindi è come dire stare bene. Per esempio, quando tornate a casa e siete stanchi, affamati,  magari anche un po' nervosi... Vi succede?
Sono tutti d'accordo che sì, succede così, e seguono coloriti esempi di nervoso.
Poi però la mamma o il papà vi fanno fare un bel bagnetto (seguono commenti su cosa c'è dentro la vasca o nella bacinella, paperelle, schiuma fino al cielo, rane che spruzzano, specchi pieni di gocce, sorelle o fratelli casinari, un giorno è successo che, pavimenti allagati, mamme e babbi sfiniti) e vi rilassate e tutti belli profumati mangiate e vi sentite di nuovo bene, giusto?
Sì sì!
Ecco, dico io, quello è un esempio di benessere.
A qualcuno tra i più piccoli sta calando la palpebra, tanto si sta rilassando. 

E il contrario di benessere? Chiedo.
Essere ben! Mi dice uno.
Ridiamo. 
Pensateci bene, dico. Benessere è una parola formata da ben e essere e vuol dire stare bene, sentirsi bene. E il contrario di sentirsi bene? Che parola potrebbe essere?
Non essere bravi! mi dice uno.  
Provo a semplificare e chiedo quale sia il contrario di bene
Male! dice uno. Poi alza lo sguardo, ci pensa e in un attimo arriva a comporre la parola Malessere.
Discutiamo per un bel po', ne hanno da raccontare.

E niente, è bello parlare con loro, volevo dire questo.








venerdì 6 aprile 2018

ce la faccio, ce la faccio

Terzo (terzo) giorno di dieta.

Alle tre ho pensato di mangiare un pacchetto di cracker. Alle 4 ho pensato di mangiare un pacchetto di patatine. Alle 5 ho pensato di mangiare un gelato. Alle cinque e qualcosa ho mangiato un'arancia. Sono le sei e qualcosa, guardo la gatta.  Sto pensando di mangiare la gatta, pelliccia e tutto. 

Ho mal di testa da fame, nervoso da fame, noia da fame, depressione da fame, affaticamento da fame, sguardo da fame, camminata per casa da fame, posizione sul divano da fame, giro dei canali tv da fame, scrittura di questo post da fame, sistemazione dei capelli in testa da fame, grattata sulla guancia da fame, posizione in piedi in un angolo della casa guardando il muro da fame, sospiro da fame.

Ho appena ruttato l'arancia.




venerdì 16 febbraio 2018

oggi

Un gatto rosso attraversa, silenzioso, una strada deserta, poi s'infila giù per la ringhiera. Non c'è nessuno, in giro. Son poi le dieci di mattina, ma dove son tutti? dormono ancora? Chiusi in casa, stanno. Fa un freddo. E noi si va al lavoro, uno dietro l'altro, in macchina, per la strada grande. Qua e là, zitti, respirano gli alberi in mezzo ai campi, ci son tre oche in un giardino, passa un fagiano in volo. E' tutto qui, mi sembra, quel che vedo di vivente. Che noi, a guardarci bene, dentro le macchine che van per la strada grande, non sembriamo poi mica tanto vivi.Vè mo là, però, ci son le prime gemme sui rami nudi stecchiti,  e il sole è più alto di ieri, a sinistra, sul bordo del campo.




mercoledì 14 febbraio 2018

margini di miglioramento

Prima, mentre mi facevo il bagno, caldo, con la schiuma, con il livello dell'acqua da annego, mi sono venuti in mente due ricordi. Il primo narra di quando facevamo il bagno io e mia sorella. Finché riuscivamo a stare entrambe dentro la vasca, tutto è andato abbastanza bene. Poi siamo cresciute e abbiamo dovuto fare i turni per chi lo faceva prima, ovviamente nella stessa acqua. E quando toccava a me, il secondo turno, ero tristissima, acqua fredda e sporca e poca.
Un giorno l'ho minacciata di non fare la pipì dentro e lei mi ha guardata con la faccia che diceva Che bella idea! e poi la faccia è cambiata in La sto facendo adesso.

E l'altro ricordo è questo: verso i vent'anni, una mattina, entro in camera mia e trovo un ragno nero grosso e peloso sul mio cuscino. Presa dallo schifo e dallo sconforto (terrore no, non mi fanno paura), inizio a pensare a come sbarazzarmene senza ucciderlo e quindi penso penso penso penso, ragiono ragiono ragiono, faccio dei calcoli, pure, e intanto non perdo di vista la bestia, e penso ragiono soppeso penso. Ad un certo punto, sempre guardando il ragno, urlo a mia madre di portarmi un pezzo di cartone e un bicchiere: l'idea è semplice, con il bicchiere copro il ragno, poi passo il foglio sotto, prendo tutto e porto il ragno di fuori.

Mia mamma arriva con bicchiere e cartoncino, si ferma, mi guarda, guarda il ragno, mi riguarda, dice "pori i me schei", prende il cuscino e lo sbatte di fuori. Ualà. Cinque secondi tutto compreso.

Adesso, con in mente questi ricordi edificanti della mia gioventù, bevo.

lunedì 12 febbraio 2018

quando tutto va come deve andare e senti che la tua mente è fresca, limpida, leggera

Che sarebbe quando, dopo un anno di trasloco, cerchi una cosa, che anche ci tenevi, a quella cosa lì, e pensi: "non la troverò mai più, è impossibile, chissà dove l'ho messa, meglio se la catalogo sotto cose perse nel trasloco, non dovrei nemmeno sforzarmi a cercarla che ci rimango solo male", e invece dopo la trovi al primo colpo.


venerdì 9 febbraio 2018

incredibile

Continua a telefonare gente che mi vuole regalare qualcosa. Al prossimo che chiama detto direttamente i codici per un bonifico.