domenica 23 dicembre 2012

un regalo

Oggi sono andata a trovare la nonna, è nel letto e non si può più alzare. Non la vedo da un mesetto circa, però l'ho anticipata, per non soffrire troppo; se non mi riconosceva, intendo. Le ho detto: ciao nonna, sono la Lia. E lei mi ha guardata per un po', e anche io la guardavo, e le sorridevo, e avevo una paura matta che non sapesse più chi ero, e intanto le stringevo la mano. E anche lei me la stringeva, mi guardava in un modo che non vi so dire.
E poi, come stupita, mi ha detto: ciao Lia, sei diventata una donna.
E io mi sarei messa a piangere.

lunedì 29 ottobre 2012

amor di sintesi

1.
Io: "Chi ha voglia di raccontare una storia?"
Bambino 1: "Io io"
Io: "Vai!"
Bambino 1: "C'erano una volta tre porcellini che andavano nel bosco e poi è arrivato il lupo e li ha mangiati. Fine.
"Bambino 2: "Ma non è così! E' troppo corta!"
Bambino 1: "Ah, è vero. C'era una volta un porcellino, di legno"
Bambino 2: "Eh sì, che se raccontava le bugie gli veniva il naso lungo. Tu ti inventi le storie."

2.
Io: "Chi ha voglia di raccontare una storia?
Bambino 3: "Io io"
Io: "Vai!"
Bambino 3: "C'era una volta un pinocchietto che andava nel bosco e dopo arrivava il lupo e pinocchietto scappava, scappava nella foresta, e poi il lupo andava dietro gli alberi, e guardava, e poi pinocchietto scappava, poi il lupo l'ha preso e l'ha mangiato.
"Bambino 1: "Ma questa è la storia di cappuccetto, non di Pinocchietto!"
Bambino 3: "Ah sì è vero".
Io: "Chi ha voglia di raccontare la storia di cappuccetto rosso?"
Bambino 1: "Io io"
Io: "Vai"
Bambino 1: "C'era una volta cappuccetto rosso. Il lupo è andato a casa della nonna e se l'è mangiata, poi ha mangiato anche cappuccetto. Fine".





mercoledì 24 ottobre 2012

succede che

Succede che sto scrivendo una cosa su Socrate e quelle che furono, allora, le sue resistenze alla parola scritta; succede che ogni tanto, mentre sto scrivendo di questo, appare nel centro del testo, non richiesta, una cartella piccola, accompagnata da uno di quei rumori tipo SBENGH! che fa il computer quando c'è qualcosa che non va, quei rumori che ti fanno venire la goccina fredda lungo la schiena; una cartella scritta in inglese, con simbolino dell'attenzione, giallo, triangolare, con un punto esclamativo al centro, di quelle cartelle che tu pensi: adesso sono nella merda, e pure gravemente asina di comuter quindi incapace di risolvere alcunché; di quelle cartelle che ti volti nella stanza a cercare chiunque ti possa dare una mano, ma nella stanza non c'è nessuno e la goccina adesso è anche sulla fronte da tutti e due i lati e tu sembri un cartone animato con i connotati tipici del panico silenzioso. Di quelle cartelle che poi tu vai con la freccia sulla x rossa e chiudi la finestrella (perché tanto la finestrella maledetta non ti fa fare null'altro) e si chiude TUTTO IL FILE, non sai dove cazzo sia finito e le ultime sedici righe che hai digitato spariscono nel nulla.

Succede che questo scherzetto me lo fa diverse volte. Io inizio a pensare a cosa stia succedendo, mentre scrivo di Socrate che aveva delle grosse resistenze alla scrittura, e mi chiedo cosa penserebbe di me Socrate se fosse vivo oggi, cosa penserebbe del fatto che se non mi si salvano le sedici righe scritte, io non mi ricordo una cippa di quello che avevo scritto e devo ricominciare da capo. Succede che cerco di capire cosa succeda, e cerco una spiegazione. Sarà un file troppo lungo? Sì, lo so che è un'intuizione della specie non ci capisci davvero una minghia, però vado avanti con la forza della disperazione e inizio a dividere il testo in più file, con complessità crescente del pezzo che sto costruendo, già che sono disordinata e un po' divergente, come pensiero, mi ci mancava solo di dividere pure il discorso in sottoparti.
Succede che no, non c'entra la lunghezza (ma va? burlatevi pure liberamente di me, anche al bar), perché questo, chiamiamolo, scherzetto, me lo fa anche quando ho appena scritto solo sei righe nella parte 4 del capitolo 1, righe che OVVIAMENTE vanno perse e io devo riscriverle tutte con enorme sforzo del mio cervello ormai in avaria.
Allora no, la lunghezza non c'entra.

Succede che sto per andare ai matti, inizio a pensare che il mio pc abbia un virussone di quelli brutti, faccio la scansione di tutto il pc. Niente, il pc è pulito come il culo di un bambino appena cambiato e spalmato di cremina profumata, e però ancora la finestrella inglese accompagnata da quel rumorino da fine del mondo terracqueo continua, e io inizio ad averne un po' le palle piene.

Poi succede questa cosa: mi sembra di vedere che la finestrella compare quando io scrivo "Socrate" (oibò, penso. ma và. maddai); ma non quando lo scrivo così, corretto. No, compare quando lo scrivo sbagliandomi e mettendo anche la "o" maiuscola (sì, ho le manine fonfe e lo shift rimane schiacciato più a lungo, va bene? Burlatevi anche di questo). Sicché, dopo l'ennesima finestrella del diavolo, faccio una prova: apro un file, scrivo parole a cazzo (tipo queste: ojdnvpewndlkcnpwiejrnvòkjwaNòPVJwaio), poi salvo, poi scrivo SOcrate e... BAM! finestrella del diavolo corredata di rumorino e minacce in inglese.

AAAH-AH! Porco! Ti ho beccato!
Dopo essermi sentita il supereroe con QI sedicimilioni e mejo de scerlokkolms, mi sorge, spontanea, una domanda:  perché?
Ebbene, io che sto scrivendo un testo che riguarda Socrate e le sue resistenze alla nascita della parola scritta in un tempo in cui la trasmissione era di tipo orale, io che cerco di fare dei confronti e dei paralleli con l'era digitale e tutte le resistenze e le paure e le incertezze, io vengo "boicottata" da un "Sistema Operativo-crate".
SO-crate.
Ecco cosa succede.
Cose da non credere.
Oppure no, ho solo molta fantasia nel cercare risposte.
E no, non ho fatto la fatica di tradurre e capire cosa c'è scritto nella finestrella. In fondo io ho quel problema di presunzione per cui non leggo mai nemmeno le istruzioni di niente, figuriamoci le finestrelle terrorizzanti. Mi limito ad odiarle e a farmi spaventare a morte. E poi a indagare nei modi meno funzionali. Se c'è qualche pignolo in sala, posso farmi aiutare e postare la foto della finestrella, tanto adesso la comando io e la faccio comparire quando mi va).

lunedì 24 settembre 2012

questo post è molto lungo

Vado a passeggiare in spiaggia, la giornata è bellissima. Arrivo al pontile e ritorno, a passo veloce.
E penso.
Devo stirare una montagna di roba inaffrontabile. Mi viene da pensare a chi si droga. Vorrei prendere delle droghe per affrontare la mucchia. Mica per la vita, no. Macché. La vita è una cazzata a confronto della mucchia. La mucchia fa selezione naturale. La mucchia uccide i deboli.

L'altro giorno a scuola una bambina trascinava una bambola di stoffa per i piedi, a pancia in su, la trascinava in giro per l'aula. Le ho chiesto se stava nascondendo le prove. 

In spiaggia passano due mie amiche che mi invitano ad andare a camminare con loro e un gruppo di gente che si trova alle nove di sera e cammina per il parco. E' un'idea fantastica, penso. Mi vengono a prendere alle otto e mezza martedì sera, sono felicissima. Dieci chilometri. Ce la farò? Ho deciso di sì.

Se non stiro poi lui mi dice che ha finito le mutande pulite. Gli dico: guarda nella mucchia da stirare. Lui va nello sgabuzzo e poi torna e poi mi dice che non ci sono. Io vado, domo la mucchia, riconosce la mia voce e la mia autorità, si calma, sposto due cose, le trovo. Non le avevo viste, mi dice lui.
Drogarsi forte drogarsi tanto.

Non vogliamo più andare da soli a parlare con lei, vogliamo dei testimoni. Ad avere a che fare con i confusi si diventa confusi. Uno sano dice: sbaglierò io. Invece quello confuso, senza qualche venerdì, non lo dice mica mai, "sbaglierò io". E' così che a quelli sani piano piano, a forza di dire "sbaglierò io", pensano di essere confusi loro, gli partono tutti i giorni della settimana, se non si sta attenti.

A scuola una bambina di quattro anni giocava nell'angolo cucina con uno suo compagno di tre anni. Sono grandi amici, quei due. Ad un certo punto il piccolo inizia a piangere forte, molto forte. La mia collega si avvicina. Lui piange così forte che ci vuole un po' per calmarlo. Intanto l'amica sua è seduta sulla seggiolina, è seduta comoda, direi che è proprio sbragata con una gamba accavallata sull'altra, un braccio sulla spalliera della sedia mentre con la mano libera sta cercando una caccola nel naso, è molto occupata e concentrata in questa operazione, tanto da strabuzzare gli occhi. Ogni tanto si ferma e guarda il compagno che piange come un disperato ma non si scompone, la caccola è ancora lì, c'è da fare. Il suo amico spiega alla mia collega che lei lo ha appena morsicato. Lei non ha tempo di discutere di questa cosa, deve cercarsi la caccola.

e se non stirassi per niente?

Ieri mattina ero in camera di mio figlio grande a rifare il letto, mi sento chiamare dalla strada, è un signore che chiede di quelli del negozio che abitano da queste parti. Siamo noi, gli dico. Le mando mio marito, gli dico. Vado in corridoio e mio marito è in mutande, si è alzato da poco, mi viene una fretta di dirgli che lo vogliono per il negozio,  presto, fai presto, gli dico, vieni, ti lancio i componenti. Gli ho lanciato una maglietta nera che ho trovato nella mucchia dei panni in fondo al letto. Il potere contro le mucchie è con me.

Mentre la mia collega consolava il piccolo morsicato dalla bambina, ancora comoda sulla sua sedia con il braccio sulla spalliera, è passata la bambina che trascinava la salma-bambola per i piedi.
Delle volte mi sembra di lavorare in un bar di periferia.

Bisogna imparare a mantenere fermo l'equilibrio quando si parla con i confusi. I confusi non mettono i soggetti quando parlano, cosicché tu non sai mai di cosa o di chi si stia parlando, allora fai delle domande per capire bene, molte domande, chi? cosa? è importante capire bene. Alla fine quello svalvolato sembri te.

Se non ce la faccio a fare dieci chilometri al massimo al chilometro cinque faccio la fine della bambola della bambina a scuola, mi trascineranno per i piedi. "Lasciatemi qui, non voglio rallentarvi. Chiamatemi Anita!"
"Non c'è nessuna Anita, qui".
"Anita Garibaldi, branco di stolti!".

Ho il potere che doma le mucchie, vuoi che mi spaventino dieci chilometri? Ma per chi mi avete preso, dico io.

L'altro giorno a scuola eravamo in giardino. Ero seduta vicino ad una bambina che ha appena iniziato a frequentare. Ha tre anni. Guardo in terra e prendo un ago di pino secco. "Sai come si chiama questo" le dico. "No", mi dice lei. "Si chiama ago di pino. Ago perché punge come un ago (e mi pungo il dorso della mano) e di pino perché è del pino, che è questo albero qui (e alziamo la testa a guardare il pino altissimo sopra di noi).
"E come fa adesso l'ago di pino a ritornare sull'albero?". Mi dice lei.
I bambini hanno questa cosa qui, che ti mettono in un cul de sac con due parole.
Per le mucchie sono pronta, ho i poteri; per i bambini non sempre.

 Sono arrivata al pontile e sono tornata indietro. Mentre andavo facevo dei pensieri, al ritorno ho fatto gli stessi pensieri al contrario, mi sembrava come di riavvolgere il nastro.

Domani stiro. E cammino la sera, almeno mezz'ora. E inizio a finire le cose che devo finire.

Non so come finire questo post, tanto per cominciare.
Il mio professore delle superiori diceva che lui era bravo a scrivere i finali, allora quando qualche suo amico scrittore non sapeva come finire un brano, un romanzo, un saggio, lo chiamava e lui scriveva il finale. Diceva che ci sono quelli bravi a scrivere gli inizi e quelli bravi a scrivere i finali. Lui sapeva scrivere i finali. Se avessi il suo numero di telefono lo chiamerei per fargli scrivere il finale di questo post.
No, non è vero, i miei erano tempi che non si chiamava al telefono un prof per chiedergli i finali delle cose.

Quindi niente finale.

venerdì 21 settembre 2012

è sempre un onore

"Insomma, io avevo sette anni e le codine ed ero piena di immaginazione e ogni tanto andavo da Beppe che stava sempre seduto sulla panchina, andavo da lui perché sapeva raccontare le storie e gli dicevo: Beppe, mi racconti la storia di quella volta del marziano?, e lui mi diceva: Non è una storia, è la Verità; e allora io gli dicevo: Va bene Beppe, mi racconti la storia della Verità di quella volta del marziano?
Lo facevamo sempre, di dire così, proprio così, tutte le volte, in fila.
E poi lui iniziava a raccontarmi."
(continua)

Questa storia si chiama "Beppe", l'ho scritta io, se volete leggerla tutta la trovate in "L'ennesimo libro della fantascienza" a cura del Many e dei Barabbisti, che è un libro non di carta, è un ebook collettivo e lo potete scaricare gratuitamente andando qui , ci trovate tanti racconti che secondo me sono bellissimi, non ho ancora avuto il tempo di leggerli ma lo so che sono belli, in un futuro prossimo li leggerò tutti anche se, in questo momento della mia vita, trovare il tempo per farlo mi sembra un racconto di fantascienza. E infatti lo troverò.

mercoledì 5 settembre 2012

il condominio

Bonciorno a tutti, cari condòmini, care condòmine,

siame qvi riunite per una motivazione mott'urgenti, per une cosa indecenti che sta capitandi annostr condominie, una cosa che ci togli le notte e li ciorni, i respiri e la tranquillitate tutte.
E qvesta cose di cui ora vi parle, per conto della ministratio, lo sapete megli di me, qvesta cose terribbilissime che ci va capitante da mesi, qvesta cose che non ho capacitazione di come sie succedute... forse che è sempre statte così ma ora solamente ci accorgiamo? Forse che prime eravamo di pensiero che non era così crave e tappavamo naso e orecchi? Forse che intimamente adesso abbiamo perduto la pazienza? E' colma la misura? Sarà, ma ora abbisognamo urcentemente di risoluzzione. Eppure io, nella solituta della mia stanz, nei notti che zono statte sveglio, sempra a cause di qvesta problemazione, non mi sono capacitato di trovare soluzziona alcuna, nonostante la spremitura di meningie.

Ora:
Qveste problemme cravissime sapete che essere dovuto a: le troppe cicale di ciorne e i tropperrimi crilli di notti, appostatisis in ogni loco di condominio et non solo nello albero come di consuetude, che assediano con le loro rumore continuo et fastidiosissimo ogni ancolo di condominio, ogni orecchie di condòmino et condòmina, grante et piccole, in ogni momento, e anco giù per la via, e non permettici di fare al-cun-ché et produce mali di testa et umore malevolo alli signori condòmini et alle signore condòmine, che per esso stesso motivo di nervoso si vanno litigando da mesi tra di loro, li mariti con le mogliere, li bambini co' li bambini, li grandi co' li bambini, e li bambini picchieno li cani e tireno le code alli gatti.

La cicaleccia e la grillìa continua dell'insette maledette non produce che fastidie, non è affatto, cari condòmini, un canto, anzi, è una cose che non si puote ascoltare, io diche che qveste insette maledette deveno ezzere malate de cvalcheduna malattia graverrima et sconosciuta, non arrecano cuella sollevazzione dell'anima che danno solitamente le insette estive nelli prati, ma anzi! qveste insette malate producheno solo chiacchiericcie stridulantes, inzenzate, continue et inutilissime! I-NU-TI-LI-ZZI-ME.

Io, nelle solitude delle mia stanze, avrebbi anch pensatto di sterminare tutt-tti, tutt-tti le insette causa di cicale-cci-o terrifica-nt-e et i-nu-til-e, e che, Primo: tutt' noi ce ne andamme da qvi per un tempo ics e che, secumdariamente, bombardiammo con un veleno le insette maledette tutte (scussate la violenza) e poi facciamme ritorne allo nostro condominio. E dopodiché, terziariamente, ci mettiamo famillia di insette non malati ma sani che alliete le nostre ciorni e le nostri notti con canti belli et delicati, cosa che sarebba utile per cuori et menti et sollazzo per lo animo, anche delli cani et delli gatti che trarrebbero, sanza dubitazione alcuna, non poco sollievo.

Ma poi ha pensate io che forze anche ze zembre che è una buona idea a un prime acchitto, forze non è con violenze et barbarie che si pote risolvere problema di infestazzione insette maledetti cicalanti inutilizzimi in condominio nostre.

Sono qvindi ora qvivi di fronti a voi con cuore in mano a chiederv de trovare una soluzziona per qvesto terrificante problemazione che ce affligge tutte cuanti.
Altrimente io procedo con veleno oppure io chiame qvesto condominio Manicomio.

Dite.




venerdì 31 agosto 2012

no lo so non lo so

Caro diario, è un periodo che sono nervosetta.
Oggi correvo sotto la pioggia, sempre nervosetta, non avevo l'ombrello e andavo in giro con il parasole della macchina sopra la testa, quella roba che si mette sul vetro per fare ombra. Avevo degli apuntamenti, poi ho sentito odore di vaniglia, veniva da una finestra, mi son venuti dei pensieri bellissimi. Che l'odore di vaniglia mi potesse svoltare la giornata, mai lo avrei creduto.

Son tornata a casa e non mi ricordavo una cosa della storia del Novecento, allora ho preso in mano "Il secolo breve", lo uso come manuale di storia, ho un'edizione del 1995, bella, con la copertina di cartone grosso, credo fosse la prima edizione italiana, l'avevo studiato per un esame, l'ho aperto, ha le pagine tutte ingiallite. Son diciotto anni fa, a me sembra proprio ieri, le pagine ingiallite m'hanno fatto pensare che atroché ieri, c'è passata mezza vita, in mezzo.
Caro diario, i lettori di ebook sono stupendi, ce ne ho uno e me lo godo tutto, ma le pagine ingiallite, ecco, non so se posso farne a meno.

Poi caro diario ho fatto un pensiero, ho pensato che la mia nonna, che adesso ha novant'anni, mai nel suo quotidiano per la strada le poteva succedere di sentire parlare in russo, e invece per mio figlio, che ne ha undici e vive al mare, è una cosa normalissima.
Ho pensato: mannaggia però, in una vita, quante ne passano.

Caro diario siamo solo a metà giornata. Vorrei spegnere il cervello che sono già stanca, oggi. Vado a comprarmi la vaniglia, piove, mi metto nel letto e mi faccio delle sniffate col naso dentro il sacchettino.

domenica 26 agosto 2012

basta poco

Questa notte ho fatto un sogno, ho sognato delle cose molto strane, ho sognato che le guardavo un po' perplessa, non le capivo bene, non capivo molto che senso avessero, e poi c'era un tipo, nel sogno, come una vocina da dietro, che mi diceva: le vedi strane, quelle cose, solo perché sei una bigotta. Bigotta io? Ma dai, impossibile!
Cosa vorrà mai dirmi questo sogno, ho pensato al risveglio.

Poi siamo andati in un noto parco acquatico.

E allora ho fatto tutto quello che mi diceva di fare il microfonone, insieme ai miei bambini, mi son fatta trascinare, mi dicevano dai mamma dai! ma cosa stai ferma lì ma sei una vecchia, divertitiii!! e allora via! su le mani, urliamo insieme, tutti nella piscina nelle onde, yeeeeh salta salta salta! Uuuuuh! un carnaio indescrivibile, su le mani, le ondone, schizzi dappertutto, tutti a schizzarsi a comando del microfonone che parlava da lassù in alto, manco capivo cosa diceva, via a schizzarsi, fermi a schizzarsi, via a schizzarsi, così, a comando del microfonone, poi sono arrivati i ballerini con le ananas in testa (ma ero lontana, non sono sicura delle ananas, forse erano papaie), mi sembrava di essere dentro quel cartone animato, Madagascar, quando il leone faceva lo spettacolo e tutti sotto a guardare, e allora c'eravamo noi, tutto questo carnaio girato verso quello col microfonone e i ballerini, davanti a me vedevo delle gran schiene con le braccia alzate, e c'erano i miei bambini che ballavano a ritmo e io dietro anche io a ballare con il mio culone (mi sono solo nascosta, ammetto, quando hanno detto che ci riprendevano a tutti, di guardare il puntino rosso sull'orologio, che è una telecamera, io mi sono accucciata giù, cosa fai mamma tirati su, no no, state su voi), e via di schizzi a tutti, i bambini che ridevano come dei matti, la musica alta, i ballerini con le ananas in testa, o le papaie, o i manghi, ero lì, ho ripensato al mio sogno, mi son detta non fare la bigotta.

Oh, niente, mi son divertita.

domenica 19 agosto 2012

ho trovato questo pensiero sotto al divano mentre facevo le pulizie

E poi saltano i convenevoli e la stranezza di quello che siamo fa festa, che è un altro modo di dire che calata la maschera siamo quello che siamo e ne godiamo. Ma sono attimi che poi, quasi subito dopo, tornando a casa, ci viene un colpo, ci piglia lo straniamento, e una paura, ché così sembriamo nudi, e abbiamo paura di essere nudi, non siamo abituati a essere nudi, non ci hanno insegnato a essere a nostro agio, nudi, e allora succedono i casini grossi, rifanno banchetto i convenevoli, rimettiamo le maschere, ci proteggiamo dalla paura, fuggiamo. E perdiamo la possibilità di essere felici, nudi, di fronte a chi amiamo. E rimaniamo a rincorrere sempre quell'attimo che era giù tutto, e eravamo nudi, e eravamo noi.

venerdì 10 agosto 2012

ma mi mu

Son qua che ti penso che penso che mi manchi, che mi mancano le cose che facevamo che ci dicevamo che non ci dicevamo, anche. Son qua che mi manchi e penso che quella volta che era notte, per dirne una, e s'era fatto l'amore e poi mezzi addormentati e io a pancia in su e tu a pancia in giù con mezza pancia su di me e io con il braccio in su abbandonato e gli occhi chiusi e l'arietta fesca dalla finestra anche se era estate, un caldo boia, e a me era venuto così, proprio dal cuore, così di dire "Madonna, la felicità", con gli occhi chiusi, e tu prima silenzio, poi hai detto "Va bene".
Son qua che ti penso quanto mi manchi ed è troppo tempo che non ci sentiamo più, son qua che mi chiedo alla fine perché non ci sentiamo più? Non si dovrebbe mai non sentirsi più, non credo sia legale, penso io.
Son qui che penso che mi manchi e mi chiedo perché ci siamo lasciati, non so se l'ho mai capito bene, io, il perché, ma non credo. Ma mi mu andare vedere fare, e mi hai lasciato. Lì per lì magari deve anche essere sembrata una buona idea, lì per lì, che mi lasciavi, che avevo dei nervosi anche io, cosa credi. Lì per lì. Però adesso mi manchi, mi manca tutto, che "Madonna, la felicità" non l'ho detto più, non m'è venuto neanche da pensarlo più. Adesso che fa di nuovo caldo quando entra l'arietta di notte non penso più "Madonna, la felicità", penso "Madonna se mi manchi". Se comincio a chiedermi perché mi hai lasciato è un casino, chi capisce cosa hai nella testa, delle volte mi viene il nervoso che ti spaccherei la testa ma poi mi dico No va là, sai che schifo tutto quel materiale cerebrale in giro, ore e ore a pulire, e poi la testa non è mica come l'uovo kinder, che lo spacchi e dentro c'è la sopresa, non è mica come il salvadanaio di terra cotta, che lo spacchi e dentro ci sono i soldi, non è mica come il vaso di pandora, che lo apri e dentro ci sono i mali del mondo. No, forse questo esempio non va bene, a pensare a come sto adesso. Insomma, la testa se la spacchi dentro non c'è niente, c'è solo l'interno della testa, non deve essere nemmeno un bel vedere, infatti quando ti dicevo: Che bella testa che hai, e tu mi dicevi: Dove?
Quanto mi manchi però.
Quando ti dicevo che bella testa che hai, mica intendevo dentro, non intendevo neanche fuori, adesso che ci penso, visto che mi hai lasciato, non lo so neanche io cosa intendevo, forse non avevo neanche ragione.
E infatti adesso che son qui che ti penso, e che mi manchi, mi chiedo cos'ho io nella testa, visto che al pensiero di te mi sale un nervoso, ma un nervoso. Ma non la apro, la mia testa, se la aprissi per guardarci dentro, come faccio a guardarci dentro se me la sono aperta? Dove sono gli occhi per guardarci dentro mentre me la sto aprendo? Fisicamente è una cosa difficile da immaginarsi, con gli occhi che penzolano alla ricerca del guardare dentro la testa, anche meccanicamente la trovo difficile da fare. Poi abbiamo appurato prima che dentro non c'è la sorpresa da montare e neanche soldi e. No, i mali del mondo forse sì. Ed è per questo motivo principalmente che rinuncio ad aprirla.

Adesso non so come finire questa cosa che mi sono imamginata di uno che ha le mancanze perché è stato lasciato e non sa perché e ha i nervosi, l'ho scritto mentre mi annoiavo, proprio non so come chiudere, è un guaio questo, quindi faccio così, adesso mi faccio un caffè.