sabato 29 gennaio 2011

post veloce

volevo solo dire che delle volte la rete mi sembra come un tapis roulant che io sono sopra, e le informazioni corrono veloci e sono così tante, sarebbero tutte importanti da leggere, corrono veloci, e io son di quella generazione che legge lentamente, che vuole assaporare, che vuole capire e ha bisogno di tempo, scavare, scavare, di fermarsi su ogni frase, ma cosa vuoi scavare, invece la rete è un tapis roulant di informazioni, e relazioni, è veloce veloce, bisogna fare veloce, oppure come da piccola che mettevo su una stazione radio e mentre ascoltavo quella stazione invece di godermela stavo lì a pensare che me ne stavo perdendo altre centomila, di robe interessanti, mi veniva l'ansia, anche, ché non è mai stato facile scegliere per me, non so per voi, alla radio, ma dico anche in generale, nella vita. Allora niente, dicevo, la rete è come un tapis roulant e mi viene questa ansia, ultimamente, non so. Insomma, alla fine, voglio dire che ultimamente, tutte le volte che ci vengo, nella rete, ecco, niente, tutte le volte io finisco per rovinare faccia a terra.

venerdì 21 gennaio 2011

Spaccati

Spaccato 1.
La tanto amata capacità di sintesi (ovvero: beata gioventù)

Spacchiamo la mia quotidianità e vediamo la sottoscritta, martedì alle ore 18,30, andare a prendere il figlio novenne a calcio. Fuori fanno tre gradi sopra lo zero. E nebbia.

Segue questo dialogo.

- Ciao Ale, è tanto che aspetti?
- Mh, no, saranno tre minuti.
- Ma hai la pelle d'oca nelle gambe! Hai avuto freddo?
- Ma va là.
- Ma veramente? Di' la verità, solo tu avevi i calzoncini corti.
- No no, uno aveva anche la maglietta corta.
- Ma dai!
- Sìsì.
- Pazzesco... ma cosa siete?
- Bestie.


****

Spaccato 2.
DiversAbilmente meraviglioso (ovvero: povere vecchie)

Spacchiamo la mia quotidianità una seconda volta e scopriamo la sottoscritta a scuola intenta a dialogare con la collega. La sottoscritta è di spalle alla porta della sezione e la collega, parlando, continua ad avvicinarsi sempre di più, sempre di più, senpre di più (no, non mi voleva baciare, maiali).
Io non posso allontanarmi (ho la porta che mi blocca) e non la voglio interrompere perché sto seguendo con molta attenzione ciò che mi sta dicendo. Solo che se si avvicina un altro po' io non la vedo più, causa vecchiaia incipiente.

Segue questo dialogo:

-Terry, se ti avvicini ancora un altro po', io non ti vedo.
- Eh! Il problema è che se mi allontano, io non ti sento.

lunedì 17 gennaio 2011

che bello poterlo dire!

Che bello poterlo dire, l'ho sempre sognato, trentasette anni e m'è successo troppo raramente per potermene vantare.
Ma questa volta, ooooh, questa volta posso, lo dico eccome, e pure con spocchia:

Io ve l'avevo detto.


"Marta si siede. Sorride. Scuote la testa.
- Gianni, sai cosa mi è venuto in mente l'altro giorno, a proposito?
- Cosa?
- Che tra un po' chiameranno le elezioni, magari metti che la tensione sul lodo Alfano o sui vari spatuzza aumenta...
- e allora?
- e allora gli sceneggiatori di 'sto romanzo criminale ne hanno in mente un'altra, vedrai che calano l'asso.
- cioè?
- Adesso, dopo che al nostro personaggio alla Eric Forrester è arrivato un duomo in faccia, dato lo shock del non essere forse amato proprio da tutti tutti, nasce nel suo cuore un grande ripensamento, la notte dell'Innominato, tipo. E per copione, si redime. Prima mossa: perdona Tartaglia, o come si chiama. Seconda mossa: Santo Padre. Terza mossa, e qui si vede il genio di chi scrive le puntate...
- dai cazzo, mi sto già inquietando, ché quando fai così mi metti un po' paura.
- Babbo, non si dice cazzo
- Hai ragione, scusa.

- Senti Marta, per me quei due di là me lo dicono perché così hanno il bonus parolaccia. Chiudi la porta va'.
Marta chiude la porta.
- Comunque, dicevo, adesso, se si sarà in vista di elezioni, arriverà la Lady D de noaltri.
- Ehhhh?
- Ma certo. Ascolta il capolavoro: dopo la notte dell'Illuminato (che tra l'altro è Natale, pensaci), c'è la redenzione. Basta porcaio, basta ciarpame senza pudore. Arriva il grande amore, i veri valori, il nido che riscalda... Una bella quarantaduenne, magari, chessò, una che ha sempre lavorato nel sociale, facendo del bene, una che ai soldi non ci pensa... una del popolo... et voilà! La storia continua, il popolo può avere il suo romanzo! Colpo di scena! I migliori santi, si sa, sono quelli che sono passati attraverso tanti errori, una vita dissoluta, una vita confusa...
- Oh mio Dio, dai, così è troppo sporca.
- Ah, beh, perché, fino ad ora, siccome...
- Mh, hai ragione.
- E sai tutto lo spettacolo che ne consegue, tutto il flashback sulla vita di lei, le foto della loro segretissima storia d'amore (segreta perchè lui la vuole proteggere, ah l'amour). Già mi vedo tutto, e poi il matrimonio. E il popolo lo vota. Fine.
- Merda.
- ...
- ...
- Se succede davvero, sai cosa penso?
- Cosa?
- Che ho un po' paura a dormirti di fianco, francamente.
- Ahahahaha.
- Va beh, andiamo va'. Andiamo a sbattutare un po' su Spinoza. Alla fine, pensare sì, sempre, ma meglio riderci anche un po' su. Altrimenti poi il sangue mi va tutto in aceto. A pensarci, guarda, mi darebbe gusto però. Visto che ce lo bevono, il sangue, che si becchino del gran aceto."

(Natale 2009, dalla prima storia di Gianni e Marta, qui)

domenica 16 gennaio 2011

I giorni della merla (fino al collo)

Stupidipensieri amari e veloci nei giorni della merla.

Ho letto un po' di cose in giro e sono incazzata. Sono incazzata per Mirafiori, sono incazzata per il teatrino della politica italiana, sono incazzata per la riforma scolastica (e siamo solo alle notizie in Italia), sono incazzata e cerco di capire.
Non è la prima volta che la politica mi fa incazzare, sono anni che mastichiamo schifezze e delusioni e sono anni che cerco di pensare a piccole personali nicchie di felicità dentro il marasma generale.
E ogni tanto mi chiedo: cosa racconterò ai miei figli o ai miei nipoti di questi momenti, cosa dirò che facevo, io? Come reagivo, quale è stata la mia parte?

Gli operai sottoposti al referendum: cosa significava dire sì, cosa dire no? Cosa significa essere posti di fronte ad una scelta-non scelta, di fatto contro un gigante (la logica di mercato, burattini e burattinai) che può arbitrariamente e sempre di più piegarti e impedirti di vivere una vita dignitosa, con un lavoro in cui non ti senti uno schiavo sottopagato e che non ti mette nella condizione di essere in competizione contro i tuoi stessi colleghi per un tòco de pan, potere che ti impedisce di renderti autonomo, o crearti una famiglia, o sapere che avrai la possibilità di far studiare i tuoi figli (per dirne solo alcune)?
Un referendum che ti mette di fronte alla scelta: "o sì o taac"? (cit da qui)
Ma per favore.

Cosa significa dire sì o dire no?

Questo referendum, questa finta scelta è solo una briciola nelle enormi contraddizioni in cui ci siamo infilati in duemila anni di storia.
Se non ci mettiamo in testa che è il momento di studiare, leggere, capire, TUTTI, di renderci consapevoli delle dinamiche storiche, sociali (e psicologiche, anche) che governano il nostro vivere a livello personale, locale ma anche globale (per dirne solo alcune: ridistribuzione della ricchezza, tecnologia per migliorare la qualità della vita di tutti, ricerca di forme nuove e ecologiche di produzione dell'energia, fine dello sfruttamento dell'uomo sull'uomo e di nazioni su altre nazioni, ma al contrario andare verso la logica dell'uomo per l'uomo - e lo diceva già E. Fromm - eccetera);
se non ci mettiamo in testa che è ora di cercare strade nuove, ma condivise, insieme, allargado anziché stringendo il campo, sentendosi parte del mondo e non cercando la propria identità in cerchi sempre più stretti, regionali, religiosi, di colore, di lingua;
se stiamo qui a guardare l'orticello, fare i rattapezzi che non solo non bastano ma aprono altre criticità e chiamano altri rattapezzi;

e allora continueremo a vivere di rattapezzi, continuerà ad aprirsi la forbice tra ricchi e poveri, continueremo ad alzare muri, ideologici e reali, a inseguire il bisogno di sentirci grandi attraverso qualcun altro che soccombe, a farci la guerra tra poveri, ad essere oppressi con la violenza da chi ha il potere in quel momento.

***
Ma siamo alle solite. Alle solite perché la dinamica (a livello micro e macro) è sempre quella. Com'è che la storia ha conosciuto schiavi, persecuzioni, guerre, rivoluzioni sanguinarie per rovesciare governi sanguinari e oppressori, e adesso siamo di nuovo lì?
Siamo ancora lì. Sarà che siamo fatti così.
La verità è che l'uomo ha la memoria del pesce rosso. Mio nonno è morto e mia nonna non dà più nel quindici, e quel che racconterò io ai miei figli sarà una piccola porzione e magari romanzata di quello che loro hanno vissuto con la povertà, con il fascismo, con la guerra e con l'emigrazione oltreoceano perché qui, negli anni 40, non c'era lavoro.
E raramente rileggiamo la storia. E raramente ce la raccontano in tv. E ormai non c'è tempo per farla (bene) a scuola; e se la fanno, è difficile poter approfondire i temi con la calma che richiedono. La storia ci casca addosso, e per taluni è pesante come un macigno.

E poi non abbiamo tempo. Non abbiamo tempo per studiare, non abbiamo tempo per informarci, non abbiamo tempo per leggere e discutere con altri. Non abbiamo tempo perché lavoriamo tutto il giorno e portiamo avanti una famiglia. Non abbiamo tempo perché la giornata è di ventiquattro ore e siamo presi dentro il turbine del quotidiano. O delle cazzate.

Ok, non io ho tempo ma ho deciso che lo devo trovare. Oggi c'è la possibilità di fare circolare le idee come mai prima d'ora. Lì risiede la sfida. Però le idee nascono se il cervello lavora, oppure c'è il vuoto, o la defilippi, o star dietro alle puttane della politica italiana (anzi, alla politica delle puttane italiane) o peggio, seguire l'ideale di moda e abbracciare la forca, così si sfoga un bel po' di rabbia, intanto.
E far lavorare la testa richiede fatica e tempo. Tempo di informarsi e fatica di ragionare.
(poi, in rete ce la raccontiamo tra di noi, eh, ma è un inizio).

Io, ad esempio, non conosco bene l'economia politica (storica e contemporanea), ne ho solo qualche informazione parziale e spesso confusa, e ammetto che mi piacerebbe saperne di più, che qualcuno me la spiegasse, ché da soli è difficile davvero. Senza conoscenza si parla per luoghi comuni e se ne producono anche. Troverò il tempo? Non lo so. Adesso non la conosco bene, ma conosco l'uomo abbastanza da sapere che la perfezione non esiste e che le tensioni e le contraddizioni fanno parte della sua natura più profonda; che si fa causa al vicino per una pisciata di gatto nei gerani e che si litiga tra fratelli sul letto di morte del vecchio ricco; che spesso se si deve scegliere tra stare così così in due o uno benissimo e l'altro di merda, si finisce nella maggioranza dei casi per l'opzione due.
Anche questa consapevolezza di sé costa fatica, e tempo.

Ma so anche che l'uomo è l'unico essere vivente con il libero arbitrio (lasciamo perdere derive religiose, please), e che abbiamo sempre una scelta, e che la scelta è necessaria e difficile perché richiede comunque la perdita di qualcosa. Nel micro e nel macro.
E so anche che non possiamo prescindere dalla tensione a stare meglio, ma che si sta veramente bene se si sta bene tutti.

Oppure no, oppure vincerà l'istinto di morte e vaffanculo, sceglieremo sempre e comunque me, ci massacreremo e la terra alla fine creerà un buco e ci cacherà via tutti con una sonora scorreggia. Dentro sacchetti di plastica.
Di sicuro non saremo né i primi né gli ultimi ad estinguerci perché inadatti.

Ma di sicuro saremo i primi ad estinguersi perché cretini.

lunedì 3 gennaio 2011

Il re piccolo ciccione

La notte a cavallo tra i due anni, quello che se ne è andato e quello che deve ancora farsi, ho fatto un sogno strano. E' il sogno di un uomo, e questo uomo è come un piccolo re, e questo piccolo re entra in una porta. E questa porta è una porta strana, non apre e non chiude niente, non tiene fuori nulla e non contiene un dentro, è una porta nel mezzo del vuoto, come una porta nel deserto, o nella prateria, o nella steppa desolata, desolata ma non triste, questa porta schiaffata lì nel mezzo e il perché non si sa, non è dato sapere. C'è questa porta banale, lì, socchiusa.
Ho fatto questo sogno strano che questo piccolo re ciccione con il mantello rosso e i rubinicherubini oltrepassa questa porta e da quel momento, d'un tratto e senza spiegazione alcuna, da quel momento si dimentica dei colori, proprio di tutti i colori, dell'esistenza di tutti i colori del mondo. Dopo che è passato da quella porta, questo strano piccolo re vede tutto grigio.

Poi non mi ricordo molto bene i pensieri che ho fatto, sognando.
Per esempio credo di aver pensato, mentre sognavo, perché delle volte io faccio i sogni e mentre li faccio penso contemporaneamente al senso intrinseco del sogno stesso, ecco, devo aver pensato che il fatto che il re piccolo ciccione si sia dimenticato dei colori può voler dire che è il suo cervello che non li vede più, non è che sono i colori a non esserci più.
Anche quando sogna, questo re piccolo, i suoi sogni sono senza colori, questo re sogna in bianco e nero. Tutti li possono ancora vedere, i colori, invece il suo cervello non li vede più, e questo dopo che è passato dalla porta in mezzo al niente.
E' un po' un casino vestirsi, per quest'uomo, questo mi ricordo di aver pensato, perché per lui, da adesso, è tutta una tonalità di grigi, non vede i colori e non sa che cosa indossa. Ma in realtà non è nemmeno poi tanto difficile vestirsi perché lui, nel suo armadio, ha solo cose grigie o nere, tranne il mantello rosso, che lui vede grigio anche quello, ma son sicura che non è Babbo Natale, nono. E' un re.

Poi devo aver fatto altri pensieri, infatti mi ricordo che li ho fatti; ho pensato a questo re senza colori, con un cervello deficiente. Ecco, mi ricordo questa parola, deficiente, mi chiedevo se c'era la i di ciente. Poi c'era la parola deficia, il re deficia nel cervello in quella parte che deve vedere i colori. Questa parola strana, deficia, era molto colorata, grande, e fluttuava nell'aria sopra a questo niente del deserto, o della prateria, o della steppa, fluttuava come le parole nei vecchi desktop quando scattava lo screensaver, fluttuava, io la guardavo e pensavo al verbo deficere, ci va la i? pensavo mentre il verbo deficere fluttuava davanti a me, al re deficiente con la i e alla porta sul niente di questo strano sogno.

Ho pensato anche, mentre facevo questo sogno, al momento in cui l'altra sera ero al cinema e guardavo quel film che va di moda adesso, TRON, quello treddì, sìsì, mi sono messa a pensare a quel film lì, che mentre lo guardavo con gli occhiali treddì sembravo una vecchia che guarda il mondo un po' con gli occhiali e un po' no, che se li fa calare sul naso e guarda da sopra, e guarda anche tutti quelli nel cinema con lei che invece sono seduti dritti e comodi e guardano con estrema naturalezza il film. Solo io, forse, ho delle perplessità nella visione, come un sentirsi tesi, scomodi. Rilassati! pensavo, lasciati andare e vedrai che va meglio, invece niente, perché forse il mio cervello ha dei problemi a vedere le cose con gli occhiali treddì, che fastidio, vedere tutto un po' sfocato, non riuscire a godersi il famoso treddì.

Forse ho anche pensato, mentre facevo il sogno del re, che il mio cervello deficia con la i, è deficiente nel vedere i film treddì, e la parola deficere fluttuava davanti a me, come a dirmi qualcosa, non so cosa.
I colori però io li vedo, pensavo.

Poi mi sono svegliata dal sogno del re il cui cervello non vede più i colori.
Erano le quattro di notte.
Bah, ho pensato.
Poi ho fatto una riflessione importante: ho passato i giorni a cavallo di due anni diversi nel letto a delirare per la febbre e i dolori alle ossa, non potevo non condividere la gioia di questi deliri.

Se pensate che questa storia abbia un senso, questa storia di un re ciccione che oltrepassa una porta in mezzo al nulla e da quel momento il suo cervello deficiente è incapace di vedere i colori, un po' come il mio di capire il treddì, ebbene, se fate questo ragionamento, sappiate che incorrete in grave errore. Di senso questa storia non ne ha alcuno.

Signorina, ora può far partire il conto all'incontrario.

Veramente si dice conto alla rovescia.


Signorina, ora può far partire il conto alla rovescia.


Ma questa cosa non ha senso.


Esattamente come questo post.


Buon 2011 a tutti, che non l'avevo ancora detto. Che screanzata.

mercoledì 29 dicembre 2010

Sempre bello

- Buongiorno! Signora ***?
- mh mh
- la chiamo per esporle le nuove offerte di ***, come mi era stata detto di fare qualche settimana fa
- le passo subito mio marito...

mano sulla cornetta
C'è la tipa di *** che ti vuole raccontare tutte le nuove offerte.
Dille che adesso non posso.

- dice che non può venire, che ha da fare.
- allora richiamo, va bene tra un 'oretta?

mano sulla cornetta
Dice che richiama tra un 'oretta.
Non posso neanche tra un'oretta.

- dice che non può neanche tra un'oretta.
- ah, capisco. Allora quando può?

mano sulla cornetta
Dice: quando puoi?
Nell'anno nuovo.

- dice: "nell'anno nuovo"
- ah, quindi va bene anche, tipo, per la Pentecoste...
- la Pentecoste VA BENISSIMO!
- signora d'accordo, la saluto
- saluti a lei, e tanti auguri.

Ho anche sorriso, veramente, ma lei non poteva vedermi.

Auguri a tutti quelli che lavorano per *** e anche per +++ e anche per ^^^ e insomma a tutti quelli che devono chiamare nelle case per lavoro, e che di sentirli son felici solo i vecchietti che ti raccontano TUTTA la loro vita, la vita dei figli, dei vicini e dei parenti lontani, che poi metton su delle telenovele pazzesche, e poi non puoi stare senza sapere come finisce, se il vecchio è morto o se alla fine quei due si son lasciati; e che alla fine ti salutano dicendo: signorina è stato bello parlare con lei, richiami presto che poi le dico come è andata a finire, eh!

lunedì 20 dicembre 2010

Tecnicismi

Mi chiamano da scuola, sono a casa perché ho il turno delle dieci, ho il phon in una mano, i capelli arrotolati sulla spazzola nell'altra mano e la cornetta del telefono nella terza mano.
E' la mia collega. Mi dice C'è il tecnico del computer, io non so bene cosa dirgli, te lo passo.
Passa passa.

Il computer della scuola aveva una malattia molto terribile, grave e sicuramente rara. Lo dico perché schiacciavo il bottone, lo accendevo, si accendeva, e poi la freccettina cominciava a fare tutto un balletto, sembrava come se gli fosse preso il ballo di S. Vito; poi la appoggiavo sopra una cartella e quando ci cliccavo sopra, il computer faceva Blurp, diventava tutto blu, poi tornava all'inizio e accedi, diceva. Accedi pure, ma la freccetta faceva il suo balletto e via di clic, e via di blurp. Io avevo anche provato a spegnere, due settimane prima, e a riaccendere, trucco da vecchia canaglia imparato dalle vecchie canaglie, che a volte le macchine son strane, basta spegnere e riaccendere, dice, o riavviare. Ma niente, stesso ballo di S. Vito. Avevo anche provato, a mani congiunte occhi chiusi e preghiera intima tra me e lui, a distanza di una settimana, a riaccendere. Niente. Allora avevo pensato che il computer si fosse preso per cause x una malattia gravissima, di quelle che mettono ko le banche mondiali con tutti i milioni e milioni e i dati e i casini mondiali.
Chiamiamo il tecnico, non c'è altra soluzione. Cioè, prima chiamiamo la segretaria della direzione che poi chiama il tecnico. Ma cos'ha? Mi chiede lei. Eh, non lo so, sicuramente un virus pazzesco, ma pazzesco proprio, guarda, non sai, gli toccherà sicuramente portarselo via.
- Sì, però, ragazze... Ma hai provato a riaccendere?
- Ma certo! Niente, ti dico, sta volta s'è preso qualcosa di grosso.
- Ma come, se non avete la rete?
- Ma sai, le chiavette...
- Ma non dovete usare le chiavette!
- Eh sì, ma figurati, come fai a copiare i documenti (ecceteraeccetera)...
- Va bene, vi mando IL TECNICO.

Ora:
il tecnico, io lo so, è una razza tutta particolare. Al tecnico succede che va negli uffici del Comune perchè lo chiamano che la stampante è rotta, non va, e lui arriva e dice: Vede questo filo? Si chiama A l i m e n t a z i o n e (scandisce, io lo so che scandisce), e va attaccata alla presa. Poi la stampante va.
Il tecnico poi esce dal Comune e sbuffa. O impreca. O ride. Oppure tutto. Di sicuro, ma di sicuro, scuote la testa.

Ecco, io ho sempre timore reverenziale per il tecnico del computer. Lui, il tecnico, è addirittura capace di domare la macchina senza il mouse, vi rendete conto? SENZA IL MOUSE. Tictictaciticaticaiitcai e il compute si inginocchia. L'ho visto, giuro. S'inginocchia.
Quindi, dato il mio timore reverenziale, chiamo solo se le ho provate tutte, se proprio è grave. Io non voglio che scrolli le spalle.
Allora, con la cornetta nella terza mano e le altre due mani impegnate tra fono e spazzola (devo aver studiato al circo in una qualche vita precedente), dico:

- Salve, sono la maestra. Ha guardato il computer? Lo porta via, vero? Deve essere gravissimo, lo so.
- Veramente va. L'ho acceso, e va.

Ecco, con la spazzola e i capelli attorcigliati e il phon nella mano, sento che mi sale da dentro una roba, un misto di rabbia dolore vergogna.

- Come sarebbe: "va"?
- Va. Ma cosa aveva?
- Dunque...

E lì, dentro di me, me lo raffiguro benissimo mentre esce dal cancello e scrolla la testa con una grande delusione dentro e disistima per tutta la categoria insegnante completa. Però io adesso vorrei capire una cosa: i computer sono bastardi?

Una volta, mi ricordo, il grande avrà avuto sei mesi di vita, fuori faceva un freddo pinguino artico, erano le due di una banale notte di gennaio e questo qui inizia a strillare come un pazzo. Non vuole tetta, niente tetta. Canta, culla, massaggia, canta canta, massaggia, culla, scuoti (anche vigorosamente) e piangi (assieme). Niente. Urla da ossesso indemoniato. Ha la febbre? Macché. Ruttino? macchè. Cacca nel pannolino? Tampoco.
Andiamo all'ospedale, avrà sicuramente qualcosa di gravissimo, senti come urla. Pronti. Freddo pinguino, vestiti vestilo incappuccialo incopertalo (operazioni nient'affatto facili durante una crisi d'indemoniamento). Via per la strada verso l'ospedale. Spera prega prega spera che i semafori siano verdi. Non c'è un cane. Strada liscia. PER FORZA! SONO LE DUE di un banale giorno della settimana di gennaio e c'è un freddo pinguino! Chi vuoi che ci sia, se non due poveri giovani sfigati con un demone attorciliato dentro strati e strati di coperta?
E poi, davanti al cancello dell'ospedale, magicamente, lui smette. Fine. Silenzio. Pace. Dorme. DORME. Ma si può sapere che cacchio ci avevi da urlare tanto che adesso dormi?
Con l'occasione, alle tre di notte nel freddo pinguino artico, quella notte ci siamo fatti un romantico giretto in macchina al porto, canale destro, canale sinistro, zio canale che sonno e che freddo torniamo a casa.

E così fa il computer. Con te non va, arriva il tecnico e Plin! Va. Perfetamente.

- Guardi, io, nel senso, ecco, la freccetta... quando la puntavo in una cartella, per esempio, faceva come tutto un balletto (terminologia tecnica), poi cliccavo su per aprirla, e il tutto faceva blup (altra terminologia tecnica), e tornava automaticamente alla pagina iniziale; insomma, non mi faceva fare niente (altro termine tecnico). Ho anche pensato che, forse, un bambino per giocare mentre non vedevo avesse staccato il filo del mouse, non vorrei averla fatta venire per il filo del...
- Ma la freccia la muoveva?
- Sìsì, solo che poi ballava tutta...
- Allora non era il filo del mouse. Ma poi si ricorda altro?
- Ecco, sì, che poi per la disperazione (approccio di risoluzione tecnica da manuale) spegnevo di cattiveria dal bottone e usciva una finestra che diceva "blabla.exe" (e qui siamo all'ultima frontiera del tecnicismo più spinto). E lì io ho pensato che si fosse preso un virus gravissimo e ho chiamato in direzione.
- Credo che sia andata così: (non ci provo nemmeno a ripetere quello che mi ha detto, ma in sostanza credo volesse dire che il computer doveva finire di fare qualcosa, che era rimasto in coda, quindi non riusciva a ripartire. Quando lui lo ha acceso, dopo diverso tempo che non veniva più acceso, questo qualcosa è finito e allora è ripartito bene).
- Quindi non mi odia per averla fatta venire?
- Nono, passavo comunque per l'altra scuola.
- Senta, ma non può essere che la causa stia nel fatto che a volte noi maestre ci dimentichiamo di spegnere il computer, poi la schermata diventa nera (termine tecnico) e prima di andare via ci dimentichiamo che è acceso e spegnamo direttamente dalla ciabatta?
- Succede questo?
- Eh, sì, a volte può succedere, sa, con i turni...
(credo di aver sentito come un lontano urlo di dolore provenire dalla cornetta)
- Ecco, questo dovreste evitarlo, fa molto male al computer.

Orbene, siamo al lieto fine,
adesso il computer va. Andiamo d'accordo, lo spegnamo passando dal via e non finiamo più per stare ferme un giro in prigione. Soprattutto, però, siamo simpatiche al tecnico. Me lo sento che non ha scrollato le spalle e che è andato via quasi intenerito.
(O meglio, mi piace tanto tanto credere che sia così).

mercoledì 15 dicembre 2010

Fidarsi

Come cittadina italiana che vive questi eventi politici incredibili, sento di essere entrata in un capitolo memorabile della storia del mio paese. O forse è meglio dire il contrario.

- Perchè guarda che le storie per i picciriddi, alla fine...
- Cioè?
- Metti quella bambinella col cappottino rosso.
- Eh.
- Ecco: ha preso la scorciatoia, no? Il lupo le ha detto Prendi la scorciatoia, ha fatto così con la zampa, le ha detto: vai, vai di là, che fai prima, e lei ha preso la scorciatoia, ha voluto arrivare prima dalla nonna e ha seguito il consiglio del lupo cattivo, capito? E vedi come è finita. Magnata la nonna e magnata lei.
- Sì, ma poi è arrivato il cacciatore.
- Certo, è una storia per picciriddi. A prendere le scorciatoie che ti indica il lupo, però, non so se la fai sempre franca. Non so se arriva sempre il cacciatore, poi. E intanto il lupo si ingrassa, se magna te e se magna la nonna, che porella, è pure malata e non c'entra niente.

Perché prendere le scorciatoie che ti indica il lupo, quelle scorciatoie lì son delle trappole; ti può andare bene una volta, due, ma non va bene sempre.

Certo, quella lì è una bambina e mi dirai che è stata ingenua, che la fiaba ha ben altri risvolti psicologici e pedagogici e bla bla relativi alla crescita, certo.
Ad una persona grande però si fa più fatica a imputare ingenuità e a vederla come vittima di un inganno. Infatti è il caso di chiamarla furbizia. E la furbzia non è indice di intelligenza quasi mai. E in queso caso mi scoccia da matti perché c'è sempre qualcun altro che paga. La nonna: cosa c'entra la nonna, che è pure malata?
Mica si può difendere, la nonna. Non può alzarsi dal letto, affrontare il lupo che le si para davanti. Il lupo è lupo, deve mangiare per sopravvivere. Il lupo fa così, deve sopravvivere e si studia la caccia.
A volte arriva il cacciatore, a volte no, a volte il lupo se magna pure quello.

Allora se penso che ci son furbi nel mondo che seguono i consigli dei lupi per fare meno fatica e prendono le scorciatoie per ottenere qualcosa, e che alla fine poi ci rimette la nonna, ah, niente, quando penso così, mi viene dentro una roba che penso che più che il lupo, prima di tutto mi sta sulle balle cappuccetto rosso.

mercoledì 8 dicembre 2010

Venezia parte secondua

Organizzo io, e questa volta niente cialtronate.
Mattina presto, si parte in orario, tanto che nonostante la congiura bolognese riusciamo ad arrivare a Padova, a vedere la mostra, a mangiucchiare qualcosa e ad essere in stazione con, addirittura, largo anticipo: dobbiamo prendere al volo il treno degli splendidi che son partiti da Vicenza. Direzione: Venezia. Ore: 14.
Appuntamento preso, è tutto ok.
Van, guarda il binario del treno numero 5493, mi raccomando, un locale, direzione Venezia. Binario 11. Sicuro? Sì. Ok.

Allora: ci siamo io, il largo anticipo, il Van, il trolley, la borsettina, il berrettino, la sua ziga accesa e poi spenta, io seduta nella panca di ghiaccio e lui in piedi, solo noi due, alle ore 13,50 del pomeriggio, noi soli che aspettiamo il treno numero 5493 al binario 11. Precisione contro cialtronismo. Basta, da oggi la mia vita è cambiata. Niente cazzate, niente improvvisazioni. Sono stata brava, vero Van? Sì tesoro. Grazie. Ok.
Mi sento talmente in gara contro il mio cialtronismo (Lia uno, cialtronismo zero, autostima mille) che sono anche seduta tutta precisa con la schiena dritta, le gambine chiuse, le mani sulla borsa. Sembro un po' mia nonna. Gli splendidi saranno fieri di me. Non sono più quella che arriva quattro ore di ritardo.

Sms della splendida: siamo in testa, praticamente guidiamo noi. Risposta mia (un po' tronfia): Siamo già sul binario. Quando arrivate, affacciati.
(Sono felice, sono stata bravissima. Ho un sorriso e una felicità in faccia che faccio anche un po' pena. O fastidio. Dipende.).

Aspettiamo e ad un certo punto, nel silenzio del vuoto della solitudine del binario numero 11, sento un urlo provenire dal binario 8. Incredibile: il mio nome. Incredibile, ma quella che urla sembra la splendida. Incredibile: è la splendida. Che urla. Il nostro nome. Affacciata a un treno. Del binario 8, però. E che dice: ma cosa fai seduta lìììììì?

Io mi ricordo solo che urlando Non ce la faremo maiiiiiiiiiii, afferro il trolley che se ne stava elegantemente posizionato di fianco a me, e corro, corro,
e che poi volo giù dalle scale del binario 11,
e che poi devo salire le altre scale del binario 8,
e che poi affronto la gente che scende da quelle scale, e che sembra un milione di esseri umani,
e che poi corro come salmone che risale contro corrente per deporre le uova,
e che poi eroica riesco a lottare contro il destino che mi rende sempre comunque cialtrona,
e che poi, finalmente, con un salto aggraziatissimo, riesco a salire sul treno.

Sudata come una capra, mi accorgo che dell'aplombe di mia nonna non ce n'è più nemmeno l'ombra, morto lungo la risalita salmonica contro la cascata umana.

Quando lo splendido ci viene in contro, in treno, io riesco solo a dire, affranta e a spalle calate:
Te lo giuro, non è colpa mia.

(continua)
(forse)

lunedì 6 dicembre 2010

Crescere

Alla fin fine, quando il piccolo ribelle ne combina una, pur arrabbiandomi non posso non guardarlo con tenerezza, perché lo ammiro.
Nello stesso tempo devo dargli la regola, devo mettere un paletto.

Se non lo facessi, gli scipperei uno dei suoi più importanti diritti: la trasgressione.